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Adozioni nazionali e
internazionali

Informazione, orientamento e accompagnamento

“Chiudi gli occhi. Dimentica quello che vedi.
Ora senti con il cuore… Il mio cuore. Vieni qui.  Il tuo cuore.
Visto? Siamo identici. È semplice, ma basterà” – Tarzan

Tutte le Consulenze e i Servizi specialistici disponibili

CONSULENZE DI PSICOTERAPIA INDIVIDUALE E DI COPPIA PRIMA/DURANTE/DOPO L’ADOZIONE NAZIONALE ED INTERNAZIONALE
È uno spazio protetto dove la persona o la coppia può esplorare emozioni, dubbi e aspettative legati al percorso adottivo. Serve a prepararsi con consapevolezza, affrontare le sfide dell’attesa e trovare equilibrio anche dopo l’arrivo del bambino. Si rivolge a chi sta pensando di adottare, è nel pieno dell’iter, o ha già accolto un figlio o una figlia.

PSICOTERAPIA FAMILIARE PRIMA/DURANTE/DOPO L’ITER DI ADOZIONE NAZIONALE E INTERNAZIONALE
In questo spazio tutta la famiglia adottiva viene accompagnata nel costruire legami affettivi solidi, affrontare eventuali difficoltà relazionali e crescere insieme nel rispetto delle storie di ciascuno. È pensata per famiglie adottive in ogni fase del percorso, con attenzione particolare ai bisogni dei bambini e dei genitori.

SUPPORTO PSICOLOGICO NELLA CRISI FAMILIARE ADOTTIVA E NEL FALLIMENTO ADOTTIVO
Quando l’adozione attraversa momenti di fatica, incomprensione o dolore, questo servizio offre ascolto e accompagnamento. Aiuta genitori e figli a ritrovare fiducia, a comprendere i vissuti reciproci e, se necessario, ad affrontare con delicatezza anche l’eventualità di un fallimento adottivo. È uno spazio sicuro per rielaborare, ricucire, o semplicemente respirare.

CONSULENZE E GRUPPI DI INFORMAZIONE E ORIENTAMENTO ALL’ADOZIONE
Pensato per chi sta valutando l’adozione o ha appena iniziato il percorso, questo servizio offre incontri individuali e di gruppo per chiarire dubbi, conoscere le tappe dell’iter, confrontarsi con esperienze e ricevere informazioni pratiche ed emotive. È un primo passo per orientarsi con consapevolezza e sentirsi meno soli.

CERTIFICATI ED ORIENTAMENTO BUROCRATICO NELL’ADOZIONE NAZIONALE ED INTERNAZIONALE
Un aiuto concreto per affrontare la parte amministrativa dell’adozione: compilazione di documenti, certificazioni richieste, chiarimenti sulle normative. Il servizio semplifica il percorso e lo rende più comprensibile, accompagnando le famiglie con competenza e calore.

SOSTEGNO ALL’ORGANIZZAZIONE DEL VIAGGIO NELL’ADOZIONE INTERNAZIONALE
Quando l’adozione porta oltre confine, il viaggio diventa parte fondamentale dell’incontro. Questo servizio accompagna le famiglie nella preparazione pratica ed emotiva del viaggio: documenti, logistica, tempi, ma anche aspettative, emozioni e relazioni. È pensato per rendere ogni tappa più serena, aiutando i genitori a sentirsi pronti ad accogliere, incontrare e iniziare insieme una nuova storia.

GRUPPI DI CONDIVISIONE PER GENITORI ASPIRANTI ADOTTIVI
Uno spazio di incontro per chi sta pensando di adottare o ha appena iniziato il percorso. Qui si possono condividere emozioni, dubbi, desideri e paure con altre persone che vivono esperienze simili. I gruppi aiutano a sentirsi meno soli, a confrontarsi con delicatezza e a prepararsi con maggiore consapevolezza.

GRUPPI DI CONDIVISIONE PER GENITORI NEL POST-ADOZIONE
Dopo l’arrivo del bambino, il cammino continua. Questi gruppi offrono sostegno nel quotidiano, aiutano a comprendere meglio i bisogni dei figli e a rafforzare il legame familiare. È uno spazio per raccontarsi, ascoltare, e trovare insieme nuove risorse nei momenti di gioia e in quelli più complessi.

CONSULENZA LEGALE NELL’ADOZIONE
Un supporto chiaro e competente per orientarsi tra leggi, procedure e diritti legati all’adozione nazionale e internazionale. Il servizio aiuta le famiglie a comprendere ogni fase dell’iter, a preparare la documentazione necessaria e a tutelare al meglio il proprio percorso adottivo. È pensato per chi desidera affrontare l’adozione con serenità, sapendo di avere accanto una guida esperta e affidabile.

 

CONSULENZE DI PSICOTERAPIA INDIVIDUALE E DI COPPIA PRIMA/DURANTE/DOPO L’ADOZIONE NAZIONALE ED INTERNAZIONALE

CONSULENZE DI PSICOTERAPIA INDIVIDUALE E DI COPPIA PRIMA/DURANTE/DOPO L’ADOZIONE NAZIONALE ED INTERNAZIONALE
È uno spazio protetto dove la persona o la coppia può esplorare emozioni, dubbi e aspettative legati al percorso adottivo. Serve a prepararsi con consapevolezza, affrontare le sfide dell’attesa e trovare equilibrio anche dopo l’arrivo del bambino. Si rivolge a chi sta pensando di adottare, è nel pieno dell’iter, o ha già accolto un figlio o una figlia.

 

PSICOTERAPIA FAMILIARE PRIMA/DURANTE/DOPO L’ITER DI ADOZIONE NAZIONALE E INTERNAZIONALE

CONSULENZE DI PSICOTERAPIA INDIVIDUALE PSICOTERAPIA FAMILIARE PRIMA/DURANTE/DOPO L’ITER DI ADOZIONE NAZIONALE E INTERNAZIONALE
In questo spazio tutta la famiglia adottiva viene accompagnata nel costruire legami affettivi solidi, affrontare eventuali difficoltà relazionali e crescere insieme nel rispetto delle storie di ciascuno. È pensata per famiglie adottive in ogni fase del percorso, con attenzione particolare ai bisogni dei bambini e dei genitori.

 

SUPPORTO PSICOLOGICO NELLA CRISI FAMILIARE ADOTTIVA E NEL FALLIMENTO ADOTTIVO

SUPPORTO PSICOLOGICO NELLA CRISI FAMILIARE ADOTTIVA E NEL FALLIMENTO ADOTTIVO
Quando l’adozione attraversa momenti di fatica, incomprensione o dolore, questo servizio offre ascolto e accompagnamento. Aiuta genitori e figli a ritrovare fiducia, a comprendere i vissuti reciproci e, se necessario, ad affrontare con delicatezza anche l’eventualità di un fallimento adottivo. È uno spazio sicuro per rielaborare, ricucire, o semplicemente respirare.

 

CONSULENZE E GRUPPI DI INFORMAZIONE E ORIENTAMENTO ALL’ADOZIONE

CONSULENZE E GRUPPI DI INFORMAZIONE E ORIENTAMENTO ALL’ADOZIONE
Pensato per chi sta valutando l’adozione o ha appena iniziato il percorso, questo servizio offre incontri individuali e di gruppo per chiarire dubbi, conoscere le tappe dell’iter, confrontarsi con esperienze e ricevere informazioni pratiche ed emotive. È un primo passo per orientarsi con consapevolezza e sentirsi meno soli.

 

CERTIFICATI ED ORIENTAMENTO BUROCRATICO NELL’ADOZIONE NAZIONALE ED INTERNAZIONALE

CERTIFICATI ED ORIENTAMENTO BUROCRATICO NELL’ADOZIONE NAZIONALE ED INTERNAZIONALE
Un aiuto concreto per affrontare la parte amministrativa dell’adozione: compilazione di documenti, certificazioni richieste, chiarimenti sulle normative. Il servizio semplifica il percorso e lo rende più comprensibile, accompagnando le famiglie con competenza e calore.

 

SOSTEGNO ALL’ORGANIZZAZIONE DEL VIAGGIO NELL’ADOZIONE INTERNAZIONALE

SOSTEGNO ALL’ORGANIZZAZIONE DEL VIAGGIO NELL’ADOZIONE INTERNAZIONALE
Quando l’adozione porta oltre confine, il viaggio diventa parte fondamentale dell’incontro. Questo servizio accompagna le famiglie nella preparazione pratica ed emotiva del viaggio: documenti, logistica, tempi, ma anche aspettative, emozioni e relazioni. È pensato per rendere ogni tappa più serena, aiutando i genitori a sentirsi pronti ad accogliere, incontrare e iniziare insieme una nuova storia.

GRUPPI DI CONDIVISIONE PER GENITORI ASPIRANTI ADOTTIVI
Uno spazio di incontro per chi sta pensando di adottare o ha appena iniziato il percorso. Qui si possono condividere emozioni, dubbi, desideri e paure con altre persone che vivono esperienze simili. I gruppi aiutano a sentirsi meno soli, a confrontarsi con delicatezza e a prepararsi con maggiore consapevolezza.

GRUPPI DI CONDIVISIONE PER GENITORI NEL POST-ADOZIONE
Dopo l’arrivo del bambino, il cammino continua. Questi gruppi offrono sostegno nel quotidiano, aiutano a comprendere meglio i bisogni dei figli e a rafforzare il legame familiare. È uno spazio per raccontarsi, ascoltare, e trovare insieme nuove risorse nei momenti di gioia e in quelli più complessi.

CONSULENZA LEGALE NELL’ADOZIONE
Un supporto chiaro e competente per orientarsi tra leggi, procedure e diritti legati all’adozione nazionale e internazionale. Il servizio aiuta le famiglie a comprendere ogni fase dell’iter, a preparare la documentazione necessaria e a tutelare al meglio il proprio percorso adottivo. È pensato per chi desidera affrontare l’adozione con serenità, sapendo di avere accanto una guida esperta e affidabile.

 

GRUPPI DI CONDIVISIONE PER GENITORI NEL POST-ADOZIONE

GRUPPI DI CONDIVISIONE PER GENITORI NEL POST-ADOZIONE
Dopo l’arrivo del bambino, il cammino continua. Questi gruppi offrono sostegno nel quotidiano, aiutano a comprendere meglio i bisogni dei figli e a rafforzare il legame familiare. È uno spazio per raccontarsi, ascoltare, e trovare insieme nuove risorse nei momenti di gioia e in quelli più complessi.

 

GRUPPI DI CONDIVISIONE PER GENITORI ASPIRANTI ADOTTIVI

GRUPPI DI CONDIVISIONE PER GENITORI ASPIRANTI ADOTTIVI
Uno spazio di incontro per chi sta pensando di adottare o ha appena iniziato il percorso. Qui si possono condividere emozioni, dubbi, desideri e paure con altre persone che vivono esperienze simili. I gruppi aiutano a sentirsi meno soli, a confrontarsi con delicatezza e a prepararsi con maggiore consapevolezza.

 

CONSULENZA LEGALE NELL’ADOZIONE

CONSULENZA LEGALE NELL’ADOZIONE
Un supporto chiaro e competente per orientarsi tra leggi, procedure e diritti legati all’adozione nazionale e internazionale. Il servizio aiuta le famiglie a comprendere ogni fase dell’iter, a preparare la documentazione necessaria e a tutelare al meglio il proprio percorso adottivo. È pensato per chi desidera affrontare l’adozione con serenità, sapendo di avere accanto una guida esperta e affidabile.

 

Premesse e riferimenti giuridici

La legge sul diritto di famiglia del 1975 (19 maggio 1975 n. 151) ha segnato una svolta profonda nella società italiana: ha ridefinito il ruolo dei coniugi all’interno del matrimonio e ha posto al centro la tutela dei figli. Cinquant’anni dopo, quel concetto si è evoluto, dando spazio all’idea di “diritto delle famiglie”, un’espressione che riflette la molteplicità di modelli familiari esistenti oggi.

Costruire una famiglia, però, non è un cammino semplice. L’Italia affronta una crisi demografica senza precedenti, con un tasso di natalità sempre più basso e una crescente incidenza dell’infertilità. Per molte coppie, il percorso verso la genitorialità biologica si intreccia con la Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), che nel 2022 ha rappresentato oltre il 4% delle nascite. Quando anche questa strada si rivela impraticabile, alcune coppie valutano l’adozione come possibilità, anche se solo una piccola parte di loro sceglie di intraprendere questo cammino direttamente, senza passare per la PMA.

L’adozione è un istituto giuridico regolamentato dalla L.476/1998 e dalla L. 149/2001 (“Diritto del minore ad una famiglia”) e non è un diritto della coppia, ma del bambino. È il minore in stato di abbandono ad avere diritto a una famiglia, e la coppia che desidera accoglierlo non presenta una domanda, bensì una dichiarazione di disponibilità. Adottare significa offrire ad un minore l’opportunità di crescere in una famiglia che sia disponibile ad avere cura di lui, accoglierlo con la sua storia, le sue origini, le sue caratteristiche e i suoi peculiari bisogni. Quando un bambino viene adottato, entra a pieno titolo nella famiglia, con gli stessi diritti e doveri dei figli naturali, compreso il cognome.

Negli ultimi anni, però, anche il mondo dell’adozione sta vivendo grandi difficoltà. Le coppie adottanti sono in calo, e sempre più spesso si avvicinano all’adozione in età avanzata. I bambini accolti sono generalmente più grandi, con storie complesse e bisogni speciali. L’intero iter è divenuto molto oneroso e complesso, sia dal punto di vista economico sia burocratico: in media occorrono più di quattro anni prima che l’adozione si concretizzi, e questo rallentamento è aggravato da situazioni globali come la pandemia o i conflitti.

Alla luce di queste criticità, si fa sempre più urgente un ripensamento del sistema. Serve una maggiore attenzione alla tutela dei minori, un alleggerimento delle procedure e un supporto concreto alle famiglie disponibili ad accogliere. Cresce anche l’interesse verso l’affido familiare e l’integrazione dei minori migranti non accompagnati, come altre forme di accoglienza capaci di garantire, almeno in parte, quel diritto fondamentale a crescere in una famiglia.

La Legge sulle Adozioni ed evoluzioni normative

La Legge n.184 del 1983, riformata nel 2001, ha ribaltato la prospettiva sull’adozione e l’affidamento, ponendo l’interesse del minore come principio guida. Il bambino ha diritto a crescere in un ambiente familiare idoneo al suo sviluppo, rispettando la sua identità culturale e personale.

La Legge 184 si basa su alcuni principi fondamentali:

  1. Si privilegia la permanenza del minore nella famiglia d’origine, con misure di aiuto e sostegno per evitarne l’abbandono. In caso di necessità, il minore è affidato a famiglie o singoli in grado di garantirne cura e affetto. Se ciò non è possibile, può essere inserito in comunità familiari o istituti, ma i bambini sotto i sei anni devono essere accolti solo in una comunità di tipo familiare.
  2. L’affidamento familiare è gestito dai servizi sociali locali, con il consenso dei genitori o per decisione del tribunale. Deve essere motivato, definito nei tempi e tutelare i legami con la famiglia d’origine. Dura fino a 24 mesi, prorogabili, e può terminare se danneggia il minore o se la famiglia si ristabilisce. Si tutelano i rapporti affettivi anche in caso di ritorno alla famiglia, nuovo affidamento o adozione. Viene favorito l’affidamento a parenti in caso di violenza familiare. I servizi sociali devono garantire sostegno psicologico, diritto allo studio e inserimento lavorativo ai minori affidati.
  3. Il tribunale dichiara adottabile il minore in stato di abbandono morale e materiale, dopo indagini approfondite. Se ha 14 anni serve il suo consenso, se ne ha 12 va ascoltato. Prima della dichiarazione di adottabilità, possono essere disposti provvedimenti provvisori come il collocamento presso una famiglia o comunità, la sospensione della responsabilità genitoriale o la nomina di un tutore provvisorio. ,In caso di orfani o minori mai riconosciuti, la procedura è semplificata. Se interviene un riconoscimento genitoriale, la dichiarazione può essere sospesa; dopo la dichiarazione di adottabilità e l’affidamento preadottivo, il riconoscimento non è più possibile.
  4. Solo coppie sposate da almeno tre anni, con relazione stabile e affettiva, possono adottare (si può accettare anche una precedente convivenza se stabile e accertata). L’età degli adottandi deve superare quella dell’adottando di almeno 18 e di non oltre 45 anni. Se solo uno dei coniugi supera il limite d’età di 45 anni di massimo 10 anni, l’adozione è comunque permessa. Inoltre, l’adozione è concessa per fratelli di minori già adottati. Più adozioni possono essere richieste dalla stessa coppia, dando priorità a chi ha già adottato fratelli dell’adottando o minori con disabilità.
  5. Chi vuole adottare deve presentare domanda al tribunale per i minorenni, con eventuale disponibilità ad adottare fratelli o minori con disabilità. Le indagini su idoneità educativa, economica e motivazionale sono da concludere entro 120 giorni. Dopo l’affidamento preadottivo di un anno, l’adozione viene confermata salvo problemi insormontabili. Se uno dei coniugi muore o diventa incapace, l’adozione procede su richiesta dell’altro coniuge. In caso di separazione, l’adozione può essere disposta per uno o entrambi i coniugi, purché almeno uno la richieda, sempre nell’esclusivo interesse del minore.
  6. L’adozione attribuisce al minore lo stato di figlio degli adottanti, con assunzione del cognome e pieni diritti ereditari. Si interrompono i legami giuridici con la famiglia d’origine, tranne i divieti matrimoniali. Le certificazioni riportano solo il nuovo cognome, senza riferimenti alla famiglia biologica. Le informazioni sull’adozione sono riservate e accessibili solo su autorizzazione del tribunale per gravi motivi. In emergenze sanitarie, strutture ospedaliere possono ricevere dati essenziali. La Corte costituzionale ha chiarito che i rapporti socio-affettivi con la famiglia d’origine possono essere conservati se sono nell’interesse del minore.
  7. L’adottato può conoscere l’identità dei genitori biologici dopo i 25 anni, o già dai 18 anni per seri motivi di salute. Se la madre ha scelto l’anonimato alla nascita, non è consentito rivelarne l’identità. La Corte EDU ha condannato l’Italia per questa limitazione. La Consulta ha previsto che il tribunale possa contattare la madre per una possibile revoca dell’anonimato. Se la madre conferma il diniego, l’identità resta ignota.
  1. L’adozione in casi particolari (Art. 44) è una forma di adozione che si applica a situazioni specifiche:
  • Parenti entro il sesto grado o persone con legami stabili con il minore.
  • Il coniuge dell’altro genitore.
  • Minori orfani con disabilità.
  • Situazioni in cui l’affidamento preadottivo non è praticabile.
    Questa adozione è aperta anche a persone singole e non recide il rapporto con la famiglia d’origine.

La cosiddetta stepchild adoption tutela figli di coppie omogenitoriali, ma inizialmente escludeva i legami con la famiglia dell’adottante.

La Corte Costituzionale (sent. n. 79/2022) ha giudicato incostituzionale tale esclusione, riconoscendo il diritto del minore a mantenere legami familiari completi e paritari.


Evoluzioni legislative
Numerosi interventi hanno affinato la legge del 1983 per rafforzare i diritti del minore:

  • Legge 149/2001: rafforza il diritto a crescere nella famiglia d’origine e introduce l’accompagnamento post-adottivo.
  • Legge 219/2012 e D.Lgs. 154/2013: eliminano le differenze tra figli legittimi e naturali.
  • Legge 173/2015: protegge la continuità affettiva nei casi di affidamento.

Articoli chiave della Legge 173/2015:

  • 1: tutela le relazioni affettive maturate durante l’affidamento, anche in caso di adozione o ritorno alla famiglia d’origine.
  • 2: annulla i procedimenti se la famiglia affidataria non è consultata.
  • 3: estende la procedura di adottabilità ai casi di affidamento prolungato.
  • 4: amplia l’adozione in casi particolari a chi ha costruito legami duraturi nel tempo.

Queste riforme mirano a evitare traumi e rotture nei legami del minore, promuovendo stabilità affettiva e giuridica.

L'Adozione nazionale in sintesi

STEP 1: L'adozione nazionale in Italia si verifica quando un minore viene dichiarato adottabile dal Tribunale per i Minorenni italiano. Il termine "nazionale" non si riferisce alla nazionalità del bambino, ma al fatto che l'adozione avviene sotto l'autorità giudiziaria italiana e si svolge nel territorio italiano.

STEP 2: Le coppie interessate possono presentare la loro disponibilità all'adozione nazionale presso più Tribunali per i Minorenni. Questo tipo di adozione non comporta costi economici per gli adottanti. Tuttavia, il numero di coppie disponibili all'adozione è superiore rispetto a quello dei bambini dichiarati adottabili.

STEP 3: Il Tribunale per i Minorenni ha il compito di individuare, per ogni bambino adottabile, la coppia che meglio risponde alle sue esigenze. Questo processo di abbinamento è complesso e delicato, basato sulla conoscenza approfondita del minore e sulla valutazione delle caratteristiche delle coppie disponibili. A differenza dell'adozione internazionale, l'adozione nazionale non prevede un decreto di "idoneità" per le coppie adottanti.

STEP 4: Le decisioni relative al procedimento adottivo vengono prese dal Tribunale per i Minorenni in "Camera di Consiglio", composta da quattro giudici: due togati e due onorari ed esperti in tematiche infantili. Dopo l'abbinamento tra minore e coppia, il Tribunale emette decreti progressivi per la frequentazione, il collocamento provvisorio e l'affidamento pre-adottivo. Durante tutto il processo, il Tribunale monitora e supporta la nuova famiglia con l'aiuto degli operatori del GILA e del Tutore del bambino, che esercita la responsabilità genitoriale.

STEP 5: Se l’affidamento preadottivo procede positivamente, il Tribunale emette la sentenza definitiva di adozione, confermando il legame giuridico tra il bambino e la nuova famiglia.

I vissuti Emotivi nella fase pre-adottiva

La coppia nella fase pre-adottiva: il lutto biologico e generativo

Per molte coppie, avere un figlio è un progetto naturale che rappresenta la realizzazione personale e relazionale. Tuttavia, il desiderio di maternità o paternità è prima, spesso, individuale, fatto di fantasie, immaginazione e aspettative, e si verifica un concepimento prima nella mente e poi (in alcuni casi) nel corpo, quando il desiderio individuale diventa il progetto condiviso dalla coppia.

Nel ciclo di vita esistono eventi normativi, attesi come il matrimonio o la nascita di un figlio, e paranormativi, come l’infertilità, che destabilizzano profondamente. La difficoltà di concepire porta con sé angoscia, impotenza, sensi di colpa rispetto alle scelte fatte nel passato, e può mettere alla prova il legame di coppia. In assenza di gravidanza, molte coppie si rivolgono alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), un percorso pieno di speranze ma anche di limiti; quando il processo fallisce, la coppia vive un lutto profondo, biologico e generativo, per un figlio mai nato, accompagnato da dolore e senso di vuoto

La coppia nella fase preadottiva: il desiderio di adottare

L’infertilità porta la coppia in un tempo di riflessione individuale e condivisa. I partner possono vivere questo passaggio in momenti diversi, rendendo essenziale un dialogo aperto per evitare scelte riparative o accondiscendenti. Il desiderio di adottare emerge quando la coppia trova un equilibrio tra motivazioni personali e fiducia reciproca. Inizia così una nuova fase fatta di dubbi e questioni pratiche, che richiede di mettere al centro il benessere del bambino. L’accompagnamento da parte di professionisti facilita una scelta consapevole e autentica e la coppia potrà, in questo modo, arrivare a dichiarare davvero la propria disponibilità ad adottare un bambino. Il supporto è importante anche nel momento in cui la coppia comincia ad affrontare un’altra attesa, accompagnata da fantasie sul futuro figlio adottivo.

Il bambino biologico ed il bambino adottato

La personalità di ogni individuo si forma grazie all’ambiente e alle relazioni affettive, non solo attraverso la genetica. Il concetto di filiazione pone al centro il bambino come protagonista del legame familiare, valorizzando anche l’adozione come forma autentica di genitorialità.

Il bambino biologico tende ad avere un senso naturale di appartenenza e stabilità emotiva grazie alle radici condivise con i genitori. Il bambino adottato, invece, può affrontare una ricerca identitaria più complessa, specialmente se adottato in età avanzata. Potrebbero emergere vissuti legati alla perdita, ma anche una notevole capacità di adattamento, se supportato emotivamente.

Dal punto di vista genitoriale, il legame biologico facilita una connessione spontanea, mentre nell’adozione è necessario uno sforzo consapevole e continuo per creare fiducia e appartenenza. I genitori adottivi possono affrontare idealizzazioni e pressioni sociali, e devono essere preparati a gestire emozioni profonde e comportamenti legati a traumi del bambino.

Il senso dell’adozione come dono reciproco

Un luogo comune sull’adozione è l’idea che i genitori adottivi siano “eroi” o “salvatori”, e che il bambino sia “fortunato” e debba sentirsi riconoscente per il “gesto ricevuto”. Queste rappresentazioni generano pressioni emotive per entrambe le parti: i genitori temono di non poter sbagliare mai, e i figli sentono di dover sempre dimostrare gratitudine, invece di essere amati per ciò che sono. Questo tipo di narrazione semplifica un’esperienza molto più profonda e complessa.

L’adozione, infatti, è un incontro di perdite e rinascite: c’è la perdita del bambino, separato dalla sua famiglia biologica, che ha bisogno di trovare una famiglia che gli dia amore stabilità, e quella della coppia, che ha vissuto il lutto della sterilità (nel 90% dei casi) e che ha il desiderio di essere genitori. È fondamentale elaborare questa ferita prima di accogliere il figlio, evitando che l’adozione diventi un gesto riparativo.

È importante sottolineare, quindi, che l’adozione è un dono reciproco e una costruzione di legami profondi che procede in entrambe le direzioni: non è solo la coppia ad adottare un figlio, donandosi a lui come famiglia, ma anche il bambino “adotta” e accoglie una mamma e un papà lui stesso con fiducia. Si incontrano due bisogni, segnati da storie di sofferenza e di speranza, che convergono in un nuovo cammino di crescita condivisa.

Step legali, emotivi e requisiti per l'Adozione Nazionale

La scelta dell’adozione nazionale tra Leggi, sfide e bisogni

Quando la coppia sceglie di adottare in Italia, spesso si domanda “Da dove cominciamo?”, trovandosi immersa in un percorso articolato e regolato da leggi precise. L’adozione nazionale è meno visibile rispetto a quella internazionale, ma interessa numerosi minori: essa consente a una coppia (o a un single) di accogliere nella propria famiglia un bambino in stato di abbandono, garantendogli stabilità e diritti di filiazione.

Vantaggi:

  • Conoscenza approfondita del bambino.
  • Minori difficoltà di adattamento culturale.
  • Iter burocratico più rapido.
  • Costi più contenuti.

Limiti:

  • Tempi di attesa non prevedibili.
  • Numero limitato di minori adottabili.
  • Procedure di valutazione rigorose.
  • Assenza di supporti sufficienti post-adottivi.

Il supporto di esperti e una preparazione consapevole aiutano la coppia a affrontare con serenità questo percorso.

STEP 1: Chi può essere adottato? La dichiarazione dello stato di adottabilità

In Italia, solo i minori da 0 a 18 anni dichiarati in stato di abbandono e, successivamente, in stato di adottabilità possono essere adottati. Questo stato viene accertato dal Tribunale per i Minorenni, che verifica l’assenza stabile di cure morali e materiali da parte della famiglia.

La segnalazione di casi sospetti può essere fatta da qualsiasi cittadino. Seguono indagini con i servizi sociosanitari per valutare l’intero contesto e favorire, se possibile, il recupero del nucleo familiare originario. La normativa italiana, infatti, favorisce la permanenza del minore nella sua famiglia d’origine. Se le condizioni non migliorano, il Tribunale può:

  • Prescrivere interventi ai genitori
  • Disporre affidamento temporaneo a famiglie affidatarie o case-famiglia, con lo scopo di favorire il reinserimento del bambino nella famiglia d’origine.
  • Dichiarare l’adottabilità del minore in situazioni gravemente compromesse.

La dichiarazione dello stato di adottabilità è pronunciata dal Tribunale per i minorenni, con sentenza, che può essere impugnata dal Pubblico Ministero, dai genitori del minore e dai parenti entro il quarto grado entro 30 giorni.

Il neonato non riconosciuto alla nascita

Quando un neonato non viene riconosciuto alla nascita, l’ufficiale di stato civile gli attribuisce un nome e un cognome, registra l’atto di nascita e segnala la situazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni, affinché venga avviata la procedura di adottabilità, in conformità alla legge 184/83. Due eccezioni permettono di sospendere il processo:

  • Se un genitore biologico si fa avanti entro due mesi, mantenendo un legame con il bambino.
  • Se il genitore ha meno di 16 anni, quindi si attende il raggiungimento dell’età minima per il riconoscimento e si può ottenere una sospensione ulteriore di due mesi.

Queste disposizioni cercano di bilanciare la tutela del minore con i diritti dei genitori biologici.

I colloqui informativi sull’adozione e l’attestato di partecipazione

I colloqui informativi sono incontri preliminari organizzati dai servizi sociali e dai Tribunali per i minorenni, utili per guidare le coppie nel percorso adottivo. Questi colloqui forniscono indicazioni su requisiti, aspetti emotivi, esigenze dei bambini e supporto post-adozione e si svolgono prima della presentazione della domanda di disponibilità.Gli argomenti trattati includono:

  • Criteri per adottare e iter selettivo.
  • Bisogni dei bambini adottabili.
  • Implicazioni psicologiche per tutta la famiglia.
  • Importanza del sostegno continuo dopo l’adozione.

Alla fine del percorso informativo, viene rilasciato un attestato di partecipazione. Pur non essendo obbligatorio, può essere richiesto nella fase di valutazione.

STEP 2: Chi può adottare? La dichiarazione di disponibilità all’adozione e i requisiti dei genitori adottivi

La dichiarazione di disponibilità all’adozione è il primo passo nel percorso adottivo. Secondo l’art. 6 della Legge n. 184/83, possono presentarla i coniugi sposati da almeno tre anni, senza separazioni (nemmeno di fatto) negli ultimi tre anni. Anche coppie conviventi continuativamente per almeno tre anni, verificate dal Tribunale, possono presentarla. Sono richiesti tra i coniugi almeno 18 anni più del minore e non oltre 45 anni di differenza, con alcune eccezioni.

La domanda può essere presentata:

  • Alla Cancelleria del Tribunale per i Minorenni del luogo di residenza., specificando se sussiste la disponibilità ad adottare più fratelli, ovvero minori con disabilità.
  • A più Tribunali per i Minorenni in Italia, informandoli reciprocamente.

La domanda ha validità triennale e deve includere documenti come certificati di nascita, stato di famiglia, attestazioni mediche, documentazione economica e giudiziaria. Possono essere presentate in parallelo richieste sia per adozione nazionale che internazionale, anche per più bambini. Sono favoriti i casi di adozione di fratelli o minori con disabilità. Questo processo mira a garantire un’adozione che sia adeguata alle esigenze del bambino e in linea con la capacità della famiglia di accogliere e sostenere il minore nel suo percorso di crescita.

STEP 3: Fase di valutazione e indagini sulla coppia

Dopo la presentazione della domanda presso il Tribunale dei minori, il Giudice minorile verifica i prerequisiti all’adozione entro 15 giorni e la inoltra ai servizi territoriali: Servizi Sociali, Medicina Legale-ASL e Questura. Viene assegnato un numero di protocollo utile per monitorare l’iter burocratico. Parallelamente, per chi presenta domanda anche per l’adozione internazionale, viene assegnato un numero di protocollo separato

I Servizi Sociali hanno 4 mesi per effettuare colloqui e visite domiciliari, mirati prima alla riflessione critica sulla scelta adottiva e poi all’analisi delle dinamiche di coppia (studi di coppia), della storia personale e della capacità di accudimento. Al termine, redigono una relazione consegnata alla coppia e al Tribunale.

Parallelamente, la Medicina Legale valuta la salute psico-fisica degli aspiranti genitori attraverso:

  • Raccolta di anamnesi.
  • Esame clinico e questionario.
  • Eventuali visite specialistiche.
  • Certificazione finale sull’idoneità fisica e mentale.

Si valutano eventuali disabilità e prognosi in relazione alla capacità di sostenere il minore nel tempo. La Questura rilascia una relazione, verifica l’assenza di carichi penali e, se tutto è in regola, trasmette il nulla osta al Tribunale. Segue il colloquio finale con il Giudice Onorario, figura esperta non togata. Questo incontro, riservato e accogliente, serve a verificare la piena consapevolezza della coppia sulle responsabilità adottive, il loro equilibrio familiare e le aspettative; il Giudice può esprimere parere favorevole o contrario, contribuendo alla decisione finale.

L’esperienza emotiva della coppia nella fase di valutazione

Questa fase è caratterizzata da momenti emotivamente intensi per la coppia. L’attesa della prima chiamata dei servizi sociali segna l’inizio concreto del percorso adottivo: da un lato genera entusiasmo e speranza, dall’altro timori legati alla condivisione della propria vita con gli operatori e al giudizio. È un passaggio delicato che implica vulnerabilità e consapevolezza emotiva.

I colloqui o studi di coppia rappresentano il secondo momento critico. Gli incontri, oggi vissuti come occasioni di sostegno, approfondiscono motivazioni e bisogni; si valuta la differenza tra desiderio e bisogno di genitorialità, la capacità di gestire il confronto tra il figlio immaginato e quello reale, la capacità di comunicare e affrontare difficoltà, l’immagine familiare, la disponibilità emotiva e il rapporto con le origini.

Anche le indagini medico-legali possono generare disagio, ma sono fondamentali per garantire stabilità al minore, poiché verificano la salute psico-fisica dei futuri genitori e l’ambiente familiare, con l’obiettivo di proteggere il benessere del bambino.

Il colloquio finale con il Giudice Onorario è il passaggio cruciale e conclusivo di questa fase e porta con sé una forte carica emotiva: paura di essere giudicati, speranza di realizzare il proprio desiderio, ansia e riflessioni convivono. L’incontro permette alla coppia di raccontarsi e confrontarsi con autenticità, aiutandola a comprendere il significato profondo del percorso adottivo.

STEP 4: Fase di attesa dell’abbinamento nazionale e approvazione

Una commissione composta da giudici togati e onorari, assistenti sociali, psicologi, medici e rappresentanti della Procura valuta le domande di adozione. Le coppie idonee vengono inserite in una lista di disponibilità, suddivisa per età e caratteristiche del bambino, e ricevono la conferma di “Attesa di comparazione” per l’adozione nazionale.

La dichiarazione di disponibilità vale tre anni e non comporta un decreto di idoneità. Se l’abbinamento non avviene entro il termine, la domanda decade e va ripresentata da capo, generando fatica e vissuti dolorosi nella coppia.

  • Aspetti emotivi della coppia adottiva nell’attesa di abbinamento nazionale

L’attesa dell’abbinamento è una fase lunga e complessa, spesso vissuta come un tempo sospeso. La coppia può sperimentare impotenza, passività e senso di vuoto, ma può anche sfruttare il periodo per preparare casa e cuore all’arrivo del bambino. Questo tempo, se non gestito, può provocare vissuti depressivi che alimentano ansia e frustrazione.

Durante l’attesa, le coppie rivalutano scelte e disponibilità, oscillando tra entusiasmo e dubbio: questa fase può rappresentare un’opportunità di introspezione e crescita personale.

Per affrontare al meglio questo periodo, è essenziale il supporto emotivo: confronti con professionisti e gruppi di genitori adottivi aiutano a dare senso all’attesa, riducendo solitudine e favorendo la creazione di una rete di sostegno.

STEP 5: L’abbinamento tra una coppia e un bambino e l’affidamento preadottivo

La richiesta di adozione nazionale può essere presentata da sola o insieme a quella internazionale. Al momento dell’abbinamento con un minore, una delle due opzioni decade, a seconda di quale si concretizza prima.

L’abbinamento è un passaggio centrale: il Tribunale, dopo aver valutato le coppie disponibili, propone quella che meglio risponde alle esigenze del bambino, basandosi su una comparazione approfondita.

Prima di procedere, il Tribunale, con il supporto dei servizi sociali, informa gli aspiranti genitori su tutti gli aspetti rilevanti della vita del bambino, tra cui:

-     Storia personale e familiare (cause dell’abbandono, relazioni precedenti).

-     Stato di salute (eventuali patologie o necessità specifiche).

-     Caratteristiche comportamentali (esperienze di vita, adattabilità).

-     Ambiente sociale di provenienza (contesto di crescita).

Queste informazioni sono fondamentali per favorire una scelta consapevole e migliorare l’inserimento del bambino nella nuova famiglia. Una volta ricevute tutte le informazioni, la coppia ha la possibilità di accettare o rifiutare l’abbinamento.

La scelta della coppia da parte del Tribunale

Spesso più coppie sono convocate per lo stesso minore e poi tra queste il Tribunale sceglie quella in quel momento più “idonea”, in base a parametri quali l’età del minore e la sua situazione.

La decisione del Collegio Abbinamenti – composto dal Presidente del Tribunale, dal Giudice relatore e da due Giudici onorari – segue diverse fasi:

  1. Analisi delle esigenze del minore, considerando storia, salute, relazioni e parere diretto se il bambino ha almeno 12 anni.
  2. Valutazione delle coppie disponibili, esaminando aspetti come età, esperienza con traumi, accoglienza di fratelli e disponibilità al rischio giuridico.
  3. Colloquio con le coppie selezionate, che ricevono informazioni dettagliate sul bambino e confermano la propria disponibilità.
  4. Valutazione della proposta di abbinamento, dove la coppia riflette sulla compatibilità emotiva e genitoriale. Il rifiuto motivato è accettato come segno di responsabilità.
  5. Decisione finale del Tribunale, orientata esclusivamente al miglior interesse del bambino, senza stilare graduatorie tra le famiglie.

Aspetti emotivi dei genitori adottivi nella fase di abbinamento

Il momento della telefonata è emotivamente travolgente per la coppia: segna il passaggio dalla lunga attesa all’inizio concreto del possibile abbinamento. E’ un attimo in cui tutto cambia. Pur essendo preparata, la coppia vive emozioni forti – tra entusiasmo e paura – nella sospensione dell’identità del bambino. Si alternano sensazioni di gioia, ansia, dubbi e senso di responsabilità. I genitori si interrogano sulla storia del bambino, sulla sua salute e sulla propria capacità di accoglierlo. Questo dialogo interiore è naturale e riflette la profondità del percorso adottivo.

Ciò che spesso sfugge è che nessun figlio sceglie il proprio genitore, biologico o adottivo che sia. E proprio come i genitori provano il timore di non essere accettati, i bambini possono sperimentare la paura di dover affidarsi a sconosciuti che diventeranno mamma e papà. Non è possibile prevedere gli scenari futuri, ma è importante che i genitori riflettano sul fatto che l’amore e il legame si costruiscono nel tempo, senza aspettative di perfezione. La telefonata, quindi, rappresenta l’inizio di un percorso relazionale, più che una conclusione.

E se l’abbinamento non avviene? Il lutto della coppia

Il mancato abbinamento è vissuto come un lutto vero e proprio per la coppia aspirante adottiva. Dopo anni di attesa e fatica la mancata realizzazione del progetto adottivo può generare frustrazione, ansia, depressione, senso di vuoto e profondo dolore emotivo.

L’assenza di abbinamento implica un confronto con la perdita di un figlio immaginato, simile a quella percepita nei casi di gestazione interrotta. A livello psicologico, la coppia può manifestare sintomi depressivi e ansiosi. Per affrontare questo momento, è fondamentale ricevere supporto:

  • Psicoterapia individuale o di coppia per elaborare la perdita.
  • Partecipazione a gruppi di sostegno con altre famiglie.
  • Riflessione su nuove forme di genitorialità, come l’affido o il volontariato.

Questa fase, se vissuta con accompagnamento e consapevolezza, può trasformarsi in una nuova opportunità di crescita e di cura.

Aspetti emotivi del bambino nella fase di “attesa” e conseguenze evolutive

Il bambino che vive l’abbandono entra in una fase di “attesa” sospesa nel tempo e nello spazio, spesso in istituti, comunità o famiglie affidatarie. Deve ricostruire un ponte di fiducia con gli adulti, interrotto con la separazione dalla famiglia d’origine.

Il senso del tempo è difficile da comprendere per il bambino e la permanenza prolungata in contesti transitori può generare angoscia e perdita di identità. Il rischio è che non si riconosca più come “figlio” e che sperimenti uno smarrimento identitario, con ricadute sulle relazioni di attaccamento e difficoltà nel comprendere il ruolo della famiglia.

Il comportamento provocatorio verso i genitori adottivi sarà, spesso, una modalità di verifica della loro affidabilità e tenuta affettiva nel ri-costruire un patto di fiducia. Inoltre, il distacco da legami comunitari significativi — come quelli con altri bambini — può rappresentare un ulteriore trauma.

La coppia adottiva deve accogliere anche la storia del bambino, con tutte le sue ferite e significati, integrandola nella nuova vita familiare.

La fase di conoscenza e familiarizzazione post abbinamento

Dopo l’abbinamento, inizia la fase di conoscenza tra coppia e bambino, organizzata dal Tribunale presso la struttura di accoglienza, con tempi variabili e modalità condivise con tutore e casa-famiglia. Questa fase serve a ridurre l’impatto emotivo del cambiamento e favorire l’inserimento nella nuova famiglia.

Il Decreto di Collocamento Provvisorio può essere emesso se la frequentazione va a buon fine, permettendo al minore di trasferirsi presso la coppia anche se l’adozione non è ancora giuridicamente definitiva. È una forma di tutela emotiva del bambino, pur comportando un “rischio giuridico”. Con la dichiarazione definitiva di adottabilità, il Tribunale emette il Decreto di Affidamento Preadottivo, avviando l’ultima fase prima dell’adozione.

I vissuti e le emozioni del primo incontro e della fase di conoscenza reciproca

Il bambino vive timore e ansia di fronte ai nuovi genitori, che sono inizialmente sconosciuti. Occorre sensibilità e gradualità. Prima dell’incontro, è importante offrire al bambino la possibilità di elaborare la perdita dei genitori biologici per accettare il significato della nuova famiglia e costruire una visione realistica della stessa.

La comunicazione dell’adozione avviene nel rispetto dei tempi del bambino, che deve essere rassicurato e accompagnato nel percorso di conoscenza. Anche la coppia deve essere preparata e guidata, per entrare in sintonia emotiva con il bambino.

Il primo incontro è carico di emozioni per entrambe le parti: si incrociano sguardi, paure e desideri. Il bambino può provare smarrimento e difficoltà nel fidarsi di persone nuove, mentre la coppia affronta il confronto tra il “figlio immaginato” e quello reale. Serve apertura e disponibilità a costruire un legame autentico.

Gli incontri iniziano, in genere, in casa-famiglia, mediati dagli educatori, e si svolgono in modo graduale. Il clima deve essere sereno e rispettoso dei tempi emotivi del bambino, includendo momenti di gioco e quotidianità; progressivamente, gli incontri avvengono anche fuori dalla struttura.

È normale che il bambino, in questa fase e nelle successive, metta alla prova la coppia con comportamenti oppositivi, chiusure o al contrario o richieste di affetto intense. Questo è parte del processo di fiducia e verifica della stabilità dell’affetto ricevuto.

L’accompagnamento da parte di esperti è fondamentale per gestire questi vissuti e favorire l’instaurarsi di un legame sicuro.

Cosa può andare storto in questa fase di familiarizzazione?

La fase preadottiva è un momento di profonda trasformazione emotiva per il bambino e la coppia. Il bambino ha spesso già sperimentato legami con altre figure di riferimento e la loro perdita incide sulla sua personalità e sulla costruzione del nuovo rapporto con i genitori adottivi. Questo vissuto non deve essere rimosso, ma riconosciuto e integrato.

Alcuni bambini manifestano diffidenza, chiusura o paura verso gli adulti, con la paura inconscia di vivere un nuovo abbandono; possono adottare comportamenti oppositivi o provocatori per mettere alla prova l’affidabilità dei genitori, verificando se saranno davvero capaci di amarli e restare.

La coppia adottiva, d’altro canto, se guidata da aspettative troppo idealizzate, può sentirsi frustrata davanti a reazioni inattese del bambino, come distacco o difficoltà comunicative.

Alcuni bambini si legano subito in modo apparentemente forte, ma questo attaccamento può rivelarsi fragile e temporaneo, seguito da fasi di distacco.

Il distacco da operatori o altri bambini a cui era legato può rappresentare un trauma ulteriore, amplificato se quegli adulti trasmettono tristezza. I genitori adottivi devono affrontare con pazienza e flessibilità questa fase, accogliendo la storia e l’identità emotiva del figlio.

Il compito fondamentale della coppia è adottare anche la storia del bambino, offrire una base sicura, rispettando il tempo del bambino, accettandone i riferimenti al passato e guidandolo nel percorso di integrazione tra la sua immagine di sé prima e dopo l’adozione, senza pretese di immediatezza nell’attaccamento.

Differenze tra adozione nazionale ed internazionale rispetto al periodo di conoscenza tra minore e genitori

L'adozione nazionale e internazionale seguono percorsi distinti, e il periodo di prova di abbinamento e conoscenza tra minore e genitori adottivi assume caratteristiche diverse.

  • Adozione nazionale: in Italia, una coppia ritenuta idonea all’adozione viene abbinata dal Tribunale per i Minorenni a un minore dichiarato adottabile. Segue un periodo di frequentazione progressiva per favorire la conoscenza reciproca, prima dell'affidamento preadottivo. Quest’ultimo dura circa un anno, durante il quale la famiglia convive con il bambino sotto osservazione dei servizi sociali. Se il legame cresce positivamente, il Tribunale emette il decreto di adozione definitiva.
  • Adozione internazionale: questo percorso è più breve ma burocraticamente più complesso. Oltre agli enti autorizzati, coinvolge le autorità del paese d’origine del minore. Dopo l’abbinamento, i futuri genitori devono recarsi nel paese del bambino per un periodo di interazione, variabile secondo le normative locali. Superato questo step, e ottenute le autorizzazioni necessarie, il bambino può raggiungere l’Italia e l’adozione viene formalizzata.

Il Rischio giuridico

L’affidamento a rischio giuridico è un collocamento temporaneo per minori il cui stato di adottabilità è ancora in fase di accertamento. La sentenza di adottabilità, infatti, può essere impugnata dai familiari entro il quarto grado, prolungando i tempi. Per evitare lunghe permanenze in comunità, il Tribunale può decidere un collocamento provvisorio in famiglia, in linea con l’art.10, comma 4, della legge 184/83.

L’affidamento a rischio giuridico:

  • È un affidamento con incognita legale.
  • La coppia viene selezionata tra quelle idonee all’adozione e disponibili a tale percorso.
  • Sussiste la possibilità di ricorsi pendenti che ritardano la decisione definitiva.
  • Garantisce al minore un ambiente familiare stabile durante la transizione.

Se la sentenza viene confermata, si passa all’affidamento preadottivo. Se revocata, il Tribunale deve trovare una nuova sistemazione.

Di cosa devono essere consapevoli le coppie

Chi accetta un affidamento a rischio giuridico deve essere preparato ad affrontare:

  • Il possibile rientro del minore nella famiglia biologica.
  • Tempi lunghi e imprevedibili del procedimento.
  • Rapporti mantenuti con la famiglia d’origine.
  • La necessità di gestire l’incertezza con equilibrio emotivo.

Requisiti della coppia:

  • Capacità di creare un legame affettivo stabile.
  • Atteggiamento rispettoso verso la famiglia biologica.
  • Collaborazione costante con operatori e istituzioni.
  • Attenzione alle reazioni emotive del bambino dopo gli incontri familiari.

L’affidamento pre-adottivo

È la fase ponte tra l’accoglienza del minore e l’adozione definitiva. Si tratta di un periodo di convivenza con la coppia adottiva, durante il quale si verifica la qualità del legame e il grado di integrazione del bambino nella nuova famiglia, sotto monitoraggio del Tribunale per i Minorenni e dei Servizi Sociali.

Il Tribunale, prima di decidere, ascolta:

  • Il pubblico ministero
  • Gli ascendenti dei richiedenti (se non già consenzienti per iscritto)
  • Il minore, se ha compiuto 12 anni o risulta capace di discernimento
  • Il consenso esplicito del minore dai 14 anni

L’ordinanza che stabilisce l’affidamento è comunicata a tutte le parti coinvolte.

Tipologie di affidamento preadottivo

  • Basso rischio giuridico: in assenza di contestazioni, come nel caso di abbandono alla nascita, in cui lo stato di adottabilità è accertato senza controversie.
  • Alto rischio giuridico: se la famiglia d’origine ha impugnato la sentenza di adottabilità. In questo caso, il minore viene affidato alla coppia in collocamento provvisorio, fino alla sentenza definitiva.

Requisiti e durata

  • Consenso del minore: necessario dai 14 anni, ascolto obbligatorio dai 12
  • Durata: 1 anno, prorogabile a 2
  • Revoca: possibile in caso di gravi difficoltà nella convivenza tra il minore e la coppia
  • Rischio giuridico: rimane anche in questa fase, con possibilità di restituzione alla famiglia biologica se la sentenza di adottabilità viene ribaltata

Supporto e monitoraggio

Il Tribunale per i minorenni ha un ruolo fondamentale nel monitoraggio dell’affidamento preadottivo, garantendo che tutto proceda nel miglior interesse del minore. Oltre a vigilare direttamente o tramite il giudice tutelare e i servizi sociali, interviene attivamente in caso di difficoltà,

Sia il minore che la famiglia adottiva ricevono supporto dai servizi socio-assistenziali, che accompagnano i genitori adottivi nell’affrontare eventuali difficoltà e nel gestire le insicurezze o le ansie, inoltre svolgono un ruolo cruciale nel riferire al Tribunale per i minorenni sull’andamento dell’affidamento preadottivo.

Revoca ed impugnazione

La revoca dell’affidamento preadottivo è una misura estrema e avviene solo in caso di difficoltà di convivenza considerate insuperabili. Il Tribunale per i Minorenni può intervenire d’ufficio, oppure su richiesta del Pubblico Ministero, del tutore o dei servizi sociali che monitorano l’affidamento La decisione è presa in camera di consiglio con decreto motivato.

L'impugnazione del provvedimento di affidamento preadottivo o della sua revoca è un passaggio giuridico fondamentale per garantire il corretto svolgimento del percorso adottivo, nel migliore interesse del minore e nel rispetto della normativa vigente. Solo il Pubblico Ministero e il tutore possono presentare reclamo alla sezione minorile della Corte d’Appello, e devono farlo entro dieci giorni dalla comunicazione del provvedimento. Gli affidatari, invece, non possono impugnare la revoca.

Dopo la revoca dell’affidamento preadottivo il Tribunale dei minorenni deve agire subito per tutelare il minore. Le possibili soluzioni:

  1. Nuovo affidamento a famiglia idonea
  2. Inserimento temporaneo in comunità
  3. Rientro nella famiglia d’origine, se ritenuta idonea
  4. Interventi di sostegno psicologico e sociale
  5. Revisione del progetto adottivo, con nuova valutazione familiare

Differenze tra affidamento familiare e preadottivo

La Legge n. 184/1983 disciplina due istituti distinti: l’affidamento familiare, che è un istituto giuridico di natura temporanea e di emergenza e ha l’obiettivo di reinserire il minore nella sua famiglia d’origine dopo un periodo di sostegno, e l’affidamento preadottivo, che è un passaggio obbligato prima della dichiarazione definitiva di adozione.

Affidamento familiare

È una misura temporanea per minori privi di un ambiente familiare idoneo:

  • Inserimento in una famiglia diversa da quella d’origine, per permettere il recupero delle capacità genitoriali.
  • Se il rientro nella famiglia d'origine non è possibile, si avvia la procedura di adottabilità.
  • Può essere disposto dai servizi sociali (con consenso) o dal Tribunale per i Minorenni in caso di situazioni pregiudizievoli.
  • Il minore che ha compiuto 12 anni viene ascoltato; il provvedimento è reso esecutivo dal Giudice Tutelare.
  • Deve indicare la durata presunta, funzionale al percorso di recupero familiare.
  • Durata massima: 2 anni, prorogabili se necessario.
  • Può essere part-time, in famiglia allargata o in famiglia esterna.

Affidamento preadottivo

È la fase di prova prima dell’adozione definitiva:

  • Avviene dopo la dichiarazione dello stato di adottabilità da parte del Tribunale.
  • Il minore viene affidato a una coppia già selezionata e ritenuta idonea per l’adozione.
  • Durata massima di 1 anno, prorogabile fino a 2 anni.
  • Serve a verificare la compatibilità tra bambino e futuri genitori.
  • È monitorato dal Tribunale per garantire il buon esito dell’abbinamento.
  • Si conclude con il decreto di adozione, salvo ostacoli gravi.

Certo Claudia! Ecco il riassunto con lo stesso stile fluido, ordinato e chiaro:

La supervisione del Giudice e del Tribunale dei Minorenni

Il Tribunale per i Minorenni verifica il buon andamento dell’affidamento preadottivo e l’adeguatezza dell’ambiente offerto dalla coppia adottiva.

  • In caso di difficoltà, può convocare le parti e coinvolgere esperti (es. psicologi) per individuare soluzioni.
  • Può disporre interventi di sostegno sociale e psicologico per facilitare l’inserimento del minore.
  • Il Giudice Tutelare, incaricato dal Tribunale, effettua controlli periodici tramite servizi sociali e consultori, garantendo il rispetto dei diritti del bambino e il corretto svolgimento del percorso adottivo.

Il ruolo dei servizi sociali

Durante l’affidamento preadottivo, i servizi sociali assicurano il monitoraggio continuo della relazione tra minore e coppia.
Le loro funzioni principali:

  • Monitoraggio dell’adattamento del bambino e dell’ambiente familiare.
  • Sostegno ai genitori adottivi nelle difficoltà emotive o relazionali.
  • Valutazione del percorso preadottivo, con relazioni al Tribunale.
  • Ascolto e tutela del minore, ascoltandone bisogni e garantendone il benessere.

La figura del Tutore Legale del Minore

Il Tutore Legale è una figura fondamentale nel processo di adozione nazionale in Italia. È il “regista” della situazione e rappresenta il filo conduttore della storia del bambino, oltre che avere il ruolo di accompagnare il bambino verso l’inserimento nella nuova famiglia adottiva. Il Tutore Legale rappresenta legalmente il minore e ne garantisce la protezione in tutto il percorso adottivo.

Egli viene nominato dal Tribunale quando i genitori sono assenti o decaduti. Si occupa della gestione di beni, scelte educative e sanitarie, e partecipa ai procedimenti legali; inoltre collabora strettamente con il Giudice onorario delegato all’abbinamento, grazie alla conoscenza approfondita del minore.

Durante l’affidamento preadottivo:

  • Monitora il benessere del minore.
  • Interviene in caso di problemi con la famiglia adottiva.
  • Collabora con Tribunale e servizi sociali per tutelare gli interessi del bambino.

Se emergono criticità rilevanti, il Tribunale può revocare l’affidamento e valutare soluzioni alternative.

Andiamo a casa! Le emozioni del bambino nei primi passi con la nuova famiglia

L’ingresso in una nuova famiglia durante l’affidamento preadottivo segna un profondo cambiamento per il bambino. Per lui è un salto nel vuoto, carico di emozioni complesse: deve adattarsi a un ambiente sconosciuto e a persone mai incontrate. Mentre per la coppia adottiva l’arrivo è una gioia, per il minore può generare ansie, paure e aspettative contrastanti.

Il distacco dalla comunità o famiglia affidataria è un momento emotivamente delicato, soprattutto se il bambino ha vissuto a lungo in quella realtà. E’ un passaggio che va curato con rituali di saluto significativi per facilitare il passaggio: ad esempio portare con sé oggetti del proprio passato aiuta il bambino a mantenere continuità e radici. I genitori adottivi devono valorizzare questi oggetti come parte integrante della storia del bambino.

Durante l’affidamento preadottivo il minore può vivere una gamma di sentimenti complessi:

  • Ansia e paura dell’abbandono, per timore che il nuovo legame non duri.
  • Speranza e desiderio di appartenenza, alla ricerca di stabilità.
  • Difficoltà nell’attaccamento, se ha vissuto traumi o trascuratezza.
  • Confusione identitaria, tra passato e nuova realtà.

Queste emozioni possono tradursi in comportamenti legati al trauma dell’abbandono e alla necessità di verificare la stabilità del nuovo legame familiare:

  • Aggressività o chiusura emotiva, per testare la stabilità del legame.
  • Oscillazioni affettive, tra distanza e ricerca intensa di attenzioni.
  • Senso di colpa e paura di essere abbandonato nuovamente.
  • Richiami costanti al proprio passato, per non perdere la propria identità.

Emozioni e incertezze dei genitori nell’affidamento preadottivo

Anche per la coppia, l’affidamento preadottivo è un periodo emotivamente intenso, di emozioni e incertezze:

  • Gioia ed entusiasmo per l’arrivo tanto atteso. La felicità di aver finalmente raggiunto questa meta compensa le sofferenze, l'attesa, il tempo dedicato a questo progetto e la stanchezza
  • Timore di non essere accettati come genitori o di fallire nel legame.
  • Frustrazione, senso di impotenza e inadeguatezza di fronte alle difficoltà del bambino.
  • Discrepanza tra il bambino “immaginato” e quello reale, con il suo vissuto.
  • Ansia per l’instabilità giuridica, che influisce sull’investimento emotivo.
  • Sensazione di precarietà e limitazioni pratiche nella libertà, finché l’adozione non è definitiva.
  • Ambivalenza verso la famiglia d’origine, che può creare tensioni nell’identificazione come genitori.

Per aiutare la coppia a gestire questa fase delicata è necessario il supporto psicologico, per elaborare emozioni e ansie, una comunicazione aperta tra partner, per rafforzare la complicità, mantenere il focus sul presente, coltivando il legame con il bambino giorno per giorno. Infine, è importante affidarsi ai servizi sociali, per ricevere guida e orientamento.

STEP 6: Fase conclusiva e il Decreto di Adozione

Dopo un anno dall’affidamento preadottivo, il Tribunale per i Minorenni valuta se procedere con l’adozione definitiva. Questo momento è fondamentale, perché segna il passaggio decisivo nel percorso adottivo. In camera di consiglio, vengono ascoltate diverse figure per una decisione consapevole:

  • I coniugi adottanti, per verificare la loro idoneità e il legame instaurato con il minore.
  • Il Pubblico Ministero, che ha il compito di tutelare gli interessi del minore.
  • Il Tutore, figura che rappresenta il minore nel procedimento.
  • Coloro che hanno svolto attività di vigilanza e/o sostegno, come i servizi sociali, che offrono una valutazione sul percorso di integrazione del minore.
  • Il minore di almeno 12 anni, la cui opinione viene presa in considerazione in base alla sua capacità di discernimento.
  • Il minore di almeno 14 anni, che deve esprimere un consenso esplicito all’adozione.
  • I discendenti legittimi o legittimati degli adottanti, se maggiori di 14 anni, per valutare l’impatto dell’adozione sull’equilibrio familiare.

Se tutto è favorevole, l’adozione diventa ufficiale e il Tribunale per i Minorenni emette il Decreto di Adozione, con il quale::

  • Il bambino diventa figlio legittimo degli adottanti, con diritti e doveri.
  • Si trasmette il cognome e si creano legami di parentela con i familiari.
  • Si chiudono i rapporti giuridici con la famiglia biologica, salvo i divieti matrimoniali.
  • Si favorisce la continuità tra fratelli attraverso accoglienza congiunta o incontri regolari.
  • I genitori adottivi o l’adottato adulto possono, in alcuni casi, accedere all’identità dei genitori biologici.
  • Il nuovo legame viene registrato presso lo stato civile e riporta solo la nuova identità.

Impugnazione della sentenza

Una volta pronunciata la sentenza che stabilisce se procedere o meno con l’adozione, questa viene comunicata al Pubblico Ministero, agli adottanti e al tutore, che hanno diritto di impugnarla attraverso il reclamo presso la Sezione per i Minorenni della Corte d’Appello

Se una delle parti non concorda con la decisione può presentare reclamo alla Corte d’Appello entro 30 giorni (o 1 anno se la notifica non è avvenuta). È possibile il successivo ricorso in Cassazione per motivi giuridici. Una volta definitiva, la sentenza è irreversibile, salvo nuova condizione di abbandono del minore.

Separazione dei coniugi

Se la coppia si separa durante l’affidamento, l’adozione può comunque procedere su richiesta di uno o entrambi i coniugi, ma sempre nell’esclusivo interesse del minore. Il Tribunale valuta la stabilità emotiva e relazionale di ciascun genitore e considera il legame tra minore e affidatari, eventuali accordi e pareri degli esperti.

È possibile un’adozione individuale, anche in caso di genitori non più sposati, qualora il Tribunale ritenga che il minore possa avere maggiore stabilità in un contesto uniparentale. Se invece entrambi i coniugi sono ritenuti idonei, è possibile che il Tribunale disponga l’adozione congiunta, anche se i genitori non sono più sposati.

Morte o incapacità di uno dei coniugi

Nel caso di eventi gravi, come morte o sopravvenuta incapacità di uno dei coniugi durante l'affidamento preadottivo, il Tribunale può disporre l’adozione su richiesta dell’altro coniuge, sempre nell’interesse del minore. Questo garantisce continuità nel percorso adottivo, evitando traumi o situazioni di instabilità per il bambino.

Se l’adozione viene formalmente disposta, il minore acquisisce lo status di figlio legittimo nei confronti di entrambi i coniugi, anche del coniuge deceduto, con tutti i relativi diritti e doveri, inclusa la trasmissione del cognome e i rapporti di parentela con i familiari dell’adottante.

Se l’adozione non viene disposta

Se il Tribunale decide di non procedere con l’adozione l’affidamento preadottivo viene revocato ma il minore resta adottabile e si avvia nuova valutazione comparativa tra le coppie aspiranti all’adozione, cercando di individuare una famiglia più idonea alle esigenze del minore.  Nel frattempo, il Tribunale deve adottare misure temporanee di tutela (affidamento a una nuova famiglia affidataria, accoglienza in una comunità per minori ecc.).

Siamo ufficialmente una famiglia! Dinamiche ed evoluzioni familiari

L’arrivo del bambino adottato in una coppia già strutturata comporta una trasformazione profonda nel nucleo familiare e richiede un periodo di assestamento. Ogni inserimento è diverso e dipende dalla storia e dall’età del minore. Affinché l’inserimento sia armonioso la coppia deve bilanciare i propri bisogni con quelli del bambino, creando un ambiente stabile e rassicurante.

Il patto adottivo nasce da una mancanza condivisa: da un lato il bambino ha vissuto l’assenza di una famiglia stabile, dall’altro la coppia ha affrontato il dolore legato all’impossibilità di generare biologicamente. Il patto adottivo è uno scambio emotivo reciproco: i genitori offrono amore e sicurezza, il bambino dona fiducia e senso di appartenenza. Perché il patto adottivo sia davvero costruttivo è necessario riconoscere le differenze e trasformare l’estraneità iniziale in una nuova identità familiare condivisa.

Dal punto di vista del bambino la rottura del legame di attaccamento primario è uno degli aspetti più delicati emotivamente da affrontare. Il bambino perde il contatto con la sua famiglia di origine, il cambiamento di cognome e l’interruzione dei legami passati possono generare senso di perdita e sradicamento. Il bambino può sentirsi diviso tra passato e presente, cercando di mantenere un legame con le proprie origini mentre cerca di inserirsi nella nuova realtà. Dare spazio alle emozioni intense del bambino come rabbia o tristezza è fondamentale per farlo sentire accolto e favorire un attaccamento sano e rispettoso dei tempi del minore.

Alla base di una relazione autentica c’è l’accoglienza di tutto il Sé del bambino: bambino deve poter portare con sé sia le ferite del passato sia la gioia della nuova vita. I genitori che non si spaventano di fronte alla sofferenza del figlio, che lo supportano nel dare voce al trauma dell’abbandono lo aiutano a sentirsi pienamente accettato e questo rafforza il legame familiare e favorisce l’integrazione emotiva.

Il ruolo del genitore adottivo è quello di essere un ponte tra passato e futuro: il genitore sostiene e protegge, ma è anche un punto di connessione con le emozioni, fantasie e radici del bambino.

Nei momenti evolutivi come l’adolescenza, serve rinnovare costantemente la fiducia nel figlio, è importante credere nelle capacità riparative del ragazzo e nella forza del legame in costruzione.

Anche i genitori hanno bisogno di cura, poiché è naturale per loro avvertire stanchezza e difficoltà. Avere uno spazio di supporto aiuta a gestire le fatiche quotidiane e legittima le emozioni dell’adulto. Inoltre, mostrare la propria vulnerabilità favorisce la relazione con il figlio, che impara a riconoscere anche la complessità emotiva del genitore.

Step legali, emotivi e requisiti per l'Adozione Internazionale

L’ADOZIONE INTERNAZIONALE E I RIFERIMENTI NORMATIVI
L’adozione internazionale consiste nell’accogliere un bambino nato all’estero, seguendo le leggi e le procedure del suo paese d’origine.
Un punto di riferimento fondamentale è la Convenzione de L’Aja del 1993, firmata da molti Stati per garantire che ogni adozione avvenga attraverso procedure sicure e trasparenti nel rispetto dei diritti dei minori.

I suoi principi essenziali sono:

  • L’interesse superiore del bambino, che deve sempre venire prima.
  • Il principio di sussidiarietà, per cui si cerca prima una famiglia nel paese d’origine. Solo se ciò non è possibile si procede con l’adozione internazionale.
  • Una forte cooperazione tra gli Stati, per assicurare trasparenza e legalità.
  • L’impegno a prevenire abusi, come traffici illeciti o adozioni non etiche.

L’Italia ha recepito la Convenzione con la legge 476/1998, aggiornando la normativa precedente.
L’approccio italiano valorizza la solidarietà e la collaborazione tra Stati, affermando che ogni bambino ha il diritto di crescere prima di tutto nel suo contesto familiare e culturale ma, quando ciò non è possibile, si valuta per lui l’adozione internazionale come scelta “residuale”.

Lo stato di adottabilità del minore è dichiarato dalle autorità preposte nel suo paese di residenza; nel processo intervengono diversi attori: la Commissione per le Adozioni Internazionali (CAI), che coordina e vigila sulle procedure e gli Enti Autorizzati, che operano in Italia e nei paesi esteri, curando le pratiche e supportando le famiglie anche con progetti umanitari. Se il bambino proviene da un paese che ha aderito alla Convenzione, l’adozione viene automaticamente riconosciuta in Italia come definitiva. Se il paese non è aderente, si applica un affidamento preadottivo di 1 anno, simile all’adozione nazionale, durante il quale l’idoneità della famiglia viene monitorata.

Una volta autorizzato l’ingresso del minore in Italia:

  • L’Ente Autorizzato affianca la famiglia nel percorso di integrazione.
  • Il GILA, su incarico del Tribunale per i Minorenni, valuta l’adattamento e il benessere del bambino.

I REQUISITI PER L’ADOZIONE INTERNAZIONALE

I requisiti sono disciplinati dall’art.6 della legge 184/83 (aggiornata dalla 149/2001), e sono identici a quelli dell’adozione nazionale:

  • I coniugi devono essere sposati da almeno 3 anni o convivere stabilmente da un periodo equivalente.
  • Non devono esserci procedimenti di separazione in corso.
  • Occorre dimostrare idoneità genitoriale, ovvero idoneità ad educare e mantenere il bambino.
  • La differenza d’età tra genitori e bambino deve essere:
    • Minima di 18 anni
    • Massima di 45 anni per uno dei coniugi, 55 per l’altro
  • Sono previste deroghe per coppie con figli minorenni o che adottano fratelli.

GLI STEP PER L’ADOZIONE INTERNAZIONALE

La procedura dell'adozione internazionale è piuttosto complessa. Si possono qui sintetizzare gli step principali:

STEP 1: Dichiarazione di disponibilità

La coppia che desidera adottare presenta una dichiarazione al Tribunale per i Minorenni della propria regione, manifestando la propria volontà di accogliere un bambino straniero.
Questa disponibilità non equivale a un diritto, ma la coppia può solo esprimere la disponibilità ad accogliere un bambino. L’adozione è pensata, infatti, per garantire il diritto di ogni bambino ad avere una famiglia, non il contrario.

La Cancelleria Adozioni, presso il Tribunale, è l’ufficio cui chiedere come presentare la dichiarazione di disponibilità con richiesta di idoneità (art.29 bis I comma legge 4 maggio 1983 n. 184 e succ. modif.) all’adozione internazionale, allegando i documenti richiesti (variabili):

  • Certificati anagrafici e sanitari
  • Documentazione economica e giudiziale
  • Dichiarazioni sull’assenza di separazioni

Se i requisiti non sono soddisfatti, il Tribunale può emettere subito un decreto di inidoneità. Se invece è tutto corretto, la domanda viene trasmessa ai servizi sociali territoriali entro 15 giorni per la valutazione psico-sociale della coppia.

STEP 2: Indagine dei Servizi territoriali

I servizi sociali territoriali incontrano la coppia per valutarne le competenze genitoriali, la stabilità emotiva e la situazione socioeconomica.
Questa fase si chiude con una relazione dettagliata che viene inviata al Tribunale per i Minorenni.
I tempi previsti sono 4 mesi per la stesura della relazione e 2 mesi per la pronuncia del Tribunale
(Nella pratica, in alcune città può durare fino a 12–24 mesi.)

STEP 3: Decreto di Idoneità

Il Tribunale per i minorenni esamina la relazione e può convocare la coppia per ulteriori approfondimenti. Può emettere decreto di idoneità all’adozione internazionale oppure un decreto di inidoneità, impugnabile in Corte d’Appello. Il decreto di idoneità rimane valido solo se entro 1 anno la coppia affida la procedura a un Ente Autorizzato, altrimenti decade e si deve ricominciare da capo (si torna a STEP1)

STEP 4: Scelta dell’Ente Autorizzato

Una volta ottenuta l’idoneità, la coppia deve avviare la procedura entro 1 anno, rivolgendosi a uno degli Enti autorizzati dalla Commissione per le Adozioni Internazionali. L’Ente guida i coniugi nella scelta del paese di adozione, spiegando le procedure locali attraverso incontri informativi e organizza sessioni di preparazione con psicologi ed esperti. L’Ente, inoltre, costruisce il dossier adottivo, lo traduce e lo invia alle Autorità del Paese estero per avviare la procedura di abbinamento con un bambino.

L’ente autorizzato riceverà dall’Autorità Centrale straniera la proposta di incontro con un bambino adottabile. Se la coppia accetta, l’ente fornisce alla coppia:

  • Documentazione specifica del minore
  • Assistenza legale
  • Supporto sanitario e psicologico

Se l’abbinamento non va a buon fine, si può fare ricorso alla Commissione italiana, che può affidare la procedura ad un altro Ente.

STEP 5: Procedura di abbinamento col bambino

Nel Paese d’origine del minore l’Ente avvia la procedura di abbinamento col bambino. La proposta di abbinamento viene inviata, insieme alla scheda informativa del bambino (che può contenere anche informazioni sanitarie a seconda delle richieste del Paese d’origine), all'ente incaricato. La coppia verrà informata e potrà chiedere approfondimenti ulteriori sulla situazione del bambino, qualora il Paese di origine lo consenta.

Se l’Autorità straniera propone un incontro, la coppia viene informata e, in caso di consenso, avvia il percorso adottivo nel paese. Se l’incontro si conclude con un esito positivo, l’Ente trasmette tutta la documentazione alla Commissione per le Adozioni Internazionali e viene completata nel paese straniero la procedura prevista per l’adozione internazionale.

In caso di esito negativo, si cerca un nuovo abbinamento.

- Se l’Ente rifiuta una proposta di adozione, la coppia può fare ricorso alla Commissione italiana.

- Se gli incontri non vanno a buon fine, l’Ente relaziona i motivi e cerca nuove opportunità di abbinamento

STEP 6: Rientro in Italia

Dopo la sentenza di adozione nel Paese estero, l’Ente richiede alla Commissione per le Adozioni Internazionali l’autorizzazione all’ingresso del bambino in Italia.
Con il visto di adozione rilasciato dalle autorità consolari, il bambino può finalmente entrare e cominciare la sua nuova vita in famiglia.

STEP 7: Conclusione dell'adozione e trascrizione

Dopo che il bambino è entrato in Italia, e sia trascorso l'eventuale periodo di affidamento preadottivo, la procedura si conclude con l'ordine, da parte del tribunale per i minorenni del luogo di residenza dei genitori nel momento del loro ingresso in Italia con il minore (anche se diverso da quello che ha pronunciato prima il decreto di idoneità), di trascrizione del provvedimento di adozione nei registri dello stato civile. Con questo il minore diventa cittadino italiano ed entra ufficialmente nella famiglia adottiva. Bisognerà poi richiedere il Codice Fiscale del minore e la Tessera Sanitaria e successivamente registrare il bambino all’Ufficio Anagrafe del Comune di residenza.

La scelta dell’Adozione Internazionale tra costi, tempi e sfide

L’adozione internazionale è un cammino complesso ma ricco di valore: accogliere un bambino da un altro paese significa aprire la propria casa a nuove culture, lingue e tradizioni, creando un ambiente multiculturale e inclusivo. La normativa è articolata per tutelare il minore, garantendo sicurezza giuridica.

I costi
I costi variano a seconda del paese e delle procedure, e possono arrivare anche a oltre 40.000 euro. Le principali spese includono:

  • Pratiche legali e amministrative nel paese d’origine
  • Traduzioni e legalizzazioni dei documenti
  • Viaggi e soggiorni prolungati all’estero
  • Assistenza da parte di enti autorizzati.

Alcune spese, se ben documentate, possono essere dedotte o rimborsate.

I tempi

L’intero processo è imprevedibile, influenzato da:

  • Tempi di abbinamento tra coppia e minore
  • Procedure legali nel paese d’origine
  • Situazione politica locale
  • Periodi di permanenza obbligatori (da 2 settimane a 2 mesi), spesso distribuiti in più viaggi.

Sfide culturali e linguistiche

L’adattamento del bambino alla nuova lingua e cultura può essere faticoso, soprattutto se ha già compiuto alcuni anni, e anche l’inserimento scolastico può essere più complesso Mantenere elementi della cultura d’origine è importante per favorire un’integrazione equilibrata, ma è anche una sfida.

Sfide emotive e psicologiche

Il bambino può aver vissuto esperienze traumatiche. L’attaccamento alla nuova famiglia richiede tempo, pazienza e un sostegno emotivo adeguato.

Sfide burocratiche e legali

Le procedure sono spesso lunghe e variabili. Alcuni paesi pongono limiti sull’età o sullo stato civile dei genitori. Il diritto del minore a conoscere le proprie origini è un aspetto delicato che va gestito con attenzione.

Per affrontare con consapevolezza questo percorso, è essenziale il sostegno psicologico alla famiglia e al bambino, così da promuovere un passaggio sereno e rispettoso verso una nuova vita comune.

I bimbi special needs 

L’adozione di bambini con bisogni speciali è un percorso intenso e delicato. In Italia, una parte significativa dei minori adottabili presenta disabilità o altre difficoltà e anche nell’adozione internazionale circa il 60% dei bambini ha esigenze particolari.

Il termine “Special needs” include quattro categorie di bisogni speciali:

  1. Traumi o problemi comportamentali
  2. Disabilità fisiche o mentali (es. sindrome di Down, spina bifida, malformazioni)
  3. Età superiore ai sette anni
  4. Fratrie numerose.

Alcune condizioni sono trattabili o migliorabili, altre invece permanenti. Le coppie devono essere pronte a gestire anche difficoltà che emergono solo dopo l’inserimento (ad esempio per diagnosi incomplete) e, in generale, la scelta di accogliere un bambino con queste caratteristiche richiede consapevolezza e preparazione.

Il Permanent Bureau della Conferenza dell’Aja ha diffuso Linee Guida Internazionali per rendere più realistici e consapevoli i percorsi adottivi di bambini special needs. Si scoraggia l’illusione che si possa adottare solo bambini piccoli e sani, spingendo invece gli Stati a formare e supportare le famiglie disposte ad accogliere minori con bisogni particolari.

Come adottare un bambino con disabilità?

La procedura è quella standard, ma le coppie devono segnalare la disponibilità ad accogliere un bambino con special needs. I requisiti restano invariati rispetto all’adozione tradizionale. Anche chi non è formalmente idoneo può segnalarsi per minori dichiarati adottabili da tempo.

I bambini adottabili non ancora adottati

Circa 400 bambini in Italia risultano adottabili da più di 6 mesi, ma ancora senza famiglia: spesso sono minori con disabilità gravi, adolescenti o gruppi di fratelli. In questi casi, il Tribunale può aprire l’adozione anche a single o coppie non sposate, purché idonei.

L’adozione in casi particolari

Prevista dall’art. 44 della legge 184/1983, consente l’adozione per bambini che non rientrano nei criteri ordinari. Uno dei casi principali in cui si ricorre a questa forma di adozione è proprio quello dei minori con special needs, per i quali può risultare più difficile trovare una famiglia adottiva disponibile. L’adozione in casi particolari mantiene alcuni aspetti giuridici distintivi:

  • Il minore conserva il cognome originario
  • Possono adottare anche single e coppie non sposate o persone che non rispettano i requisiti d’età
  • Non si creano legami giuridici con la famiglia dell’adottante

L’importanza della consapevolezza nella scelta

Accogliere un bambino con special needs è un gesto d’amore e responsabilità. È essenziale che le coppie valutino a fondo le proprie capacità, evitando scelte impulsive perché più veloci, e che vengano aiutate a comprendere le implicazioni dell’adozione di un bambino con disabilità. Non tutti i bambini adottati hanno bisogni speciali, e non tutte le difficoltà si risolvono con pazienza.

La disponibilità all’adozione può essere generale o parziale, lasciando alle coppie la libertà di scegliere in base alle loro risorse personali, emotive ed economiche e alla presenza di una rete di supporto.

  • Disponibilità generale: la coppia dichiara apertura totale ad ogni tipo di disabilità
  • Disponibilità parziale: l’accoglienza è mirata in base alle risorse e competenze della coppia.

Entrambe le scelte sono valide, l’importante è che siano consapevoli e ponderate.

Criticità

Le informazioni mediche possono essere incomplete o imprecise. Le cause sono varie:

  • Diagnosi non approfondite nei paesi d’origine per limitazioni dei sistemi sanitari
  • Dati frammentari o generici
  • Evoluzione del bambino nel tempo

È fondamentale essere flessibili e pronti ad accogliere la realtà del bambino, anche oltre le aspettative iniziali. Un supporto post-adottivo, medico e psicologico, è cruciale.

L’accompagnamento della coppia adottiva

Per rendere l’adozione sostenibile nel tempo, il supporto alla coppia deve essere continuo e ben articolato, prima e dopo l’arrivo del bambino, in particolare nel caso di bambini con bisogni speciali.

Affrontare un’adozione di bambini con bisogni speciali richiede un percorso ben strutturato, che includa:

  • Preparazione accurata: fornire informazioni dettagliate sulle problematiche dei minori, sulle possibilità terapeutiche e sulle discrepanze tra la documentazione e la realtà.
  • Consapevolezza sanitaria: conoscere i rischi sanitari e le condizioni mediche dei Paesi d’origine.
  • Supporto post-adottivo: sostegno psicologico e sociale alle famiglie, con gruppi di confronto tra genitori adottivi per superare insieme le difficoltà.
  • Formazione degli operatori: educatori, insegnanti e medici devono essere preparati per accompagnare le famiglie e promuovere una cultura inclusiva dell’adozione.

Arriva il Decreto di Idoneità: emozioni e vissuti

Il Decreto di Idoneità è un momento simbolicamente potente: sancisce l’idoneità della coppia ad adottare e avvia una nuova fase del percorso genitoriale, piena di emozioni contrastanti. Le emozioni vissute spaziano da gioia e sollievo, al senso di realizzazione e ripresa del “controllo” dopo l’incertezza del percorso, alla speranza e aspettativa. Nasce potente nella coppia il desiderio concreto di conoscere il proprio figlio. Allo stesso tempo emergono ansie su quanto tempo ci sarà ancora da attendere, se la coppia sarà davvero pronta nel passaggio “da 2 a 3” e se si riuscirà a costruire un legame con il bambino.

Il periodo successivo all’idoneità rappresenta una fase di riflessione e transizione, in cui la coppia deve rielaborare la propria immagine di genitore e prepararsi al cambiamento radicale della propria vita. Questa fase è spesso trascurata, ma è cruciale: le coppie vivono un’attesa emotivamente intensa, con pochi riferimenti e rischiano di sentirsi isolate. Servono, quindi, colloqui con professionisti per avere un supporto psicologico e uno spazio di espressione. Anche i gruppi di auto-aiuto permettono un confronto tra aspiranti genitori per condividere emozioni e difficoltà. Inoltre, sono importanti le reti di sostegno locali, per evitare che la coppia affronti da sola una fase tanto delicata.

La scelta dell’Ente autorizzato

Scegliere l’ente giusto è una decisione personale e cruciale. Informarsi bene permette alla coppia di affrontare il percorso adottivo con maggiore serenità. Gli enti autorizzati accompagnano i genitori dalla fase iniziale fino al post-adottivo, offrendo non solo supporto burocratico, ma anche psicologico e informativo.

Cosa sono gli Enti e qual è la base normativa?   

Gli enti autorizzati sono organizzazioni riconosciute dallo Stato, con il compito di seguire la coppia adottiva in ogni fase dell’adozione internazionale. La Legge 476/98 ha reso obbligatorio il loro coinvolgimento. Dal 2000, esiste un albo ufficiale consultabile sul sito della Commissione per le Adozioni Internazionali (CAI), e l’incarico a uno degli enti deve essere conferito entro un anno dal Decreto di Idoneità.

Quali sono i compiti degli Enti?

Le principali funzioni sono:

  1. Informazione e formazione
    • Orientamento sulle procedure e preparazione psicologica.
    • Panoramica sui bambini adottabili.
  2. Gestione delle pratiche burocratiche
    • Invio dei documenti richiesti all’estero, traduzioni e legalizzazioni.
  3. Abbinamento
    • Comunicazione della proposta, possibilità di approfondire prima dell’incontro.
  4. Assistenza nel paese di origine
    • Supporto logistico, presenza all’udienza e gestione dell’ingresso in Italia.
  5. Monitoraggio post-rientro
    • Supervisione dell’inserimento, invio di relazioni post-adottive.

Requisiti degli Enti Autorizzati

Per ottenere l’autorizzazione, un ente deve:

  • Essere diretto da persone qualificate.
  • Non avere fini di lucro né discriminare.
  • Avere sede in Italia e promuovere i diritti dell’infanzia.
  • Essere conforme a quanto stabilito nel D.P.R. 108/2007 e nella Delibera 13/2008/SG.

Operare senza autorizzazione è vietato e punibile. Anche le coppie rischiano sanzioni se si affidano a intermediari non autorizzati.

Chi vigila sugli enti autorizzati?

La CAI controlla costantemente il rispetto dei requisiti, la trasparenza e la legalità. In caso di inadempienze, può revocare o sospendere l’attività. Le modifiche all’albo vengono pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale e sul sito CAI.

Come scegliere l’Ente? Ogni coppia ha esigenze diverse e criteri personali per selezionare l’ente più adatto, ma ci sono alcuni aspetti fondamentali da considerare per prendere una decisione consapevole.

1️ Trasparenza sui costi

  • Gli enti devono fornire dettagli precisi sulle spese. Diffidare di chi non lo fa. Le uniche variabili sono legate ai viaggi e alla permanenza.

2️ Tempo dell’attesa

  • Verificare se l’ente offre attività di supporto in attesa. Meglio evitare enti che non danno aggiornamenti regolari.

3️ Operatività in più Paesi

  • Scegliere enti che lavorano in più nazioni aumenta le possibilità, specie in caso di blocchi burocratici.

4️ Presenza di un referente locale

  • Essenziale per il supporto pratico nel paese d’origine, soprattutto in contesti linguistici e sanitari complessi.

5️ Chiarezza sul contratto

  • Leggere bene tutte le clausole prima di firmare, inclusa la possibilità di revoca e gestione delle eventuali sospensioni.

Ed ora? In quale paese andiamo?

La scelta del Paese è condizionata da leggi locali, tempi di attesa, profili dei bambini e affidabilità delle procedure. In Italia è possibile scegliere un solo Paese. È fondamentale affidarsi all’esperienza dell’Ente, che valuta fattori personali della coppia (età, salute, situazione economica…), considerando che ogni Stato ha requisiti specifici e sistemi più o meno trasparenti. L’elenco aggiornato dei Paesi disponibili è consultabile sul sito della CAI.

Attesa di abbinamento: vissuti ed emozioni della coppia e del bambino

Dopo aver ottenuto il Decreto e scelto l’Ente, inizia la fase di attesa dell’abbinamento, che può essere lunga e incerta (anche anni!). La coppia si confronta profondamente con sé stessa, finalmente libera dal peso del giudizio esterno, e riflette sulle sue capacità genitoriali e sulla solidità del legame; possono emergere emozioni contrastanti, dall’entusiasmo e dalle speranze, fino ai dubbi e alle paure più profonde. Dopo una fase molto attiva tra colloqui, documenti e procedure scandite, la coppia percepisce questo tempo come “vuoto”, inutile, “non vitale”, come se il futuro fosse sospeso e fuori dal proprio controllo: tale dimensione di passività ed impotenza può far insorgere anche vissuti depressivi oppure si può arrivare a mettere in dubbio, in alcuni casi, la scelta adottiva stessa.

Lo psicoterapeuta, in questa fase, aiuta ad elaborare emozioni, così come i gruppi di genitori in attesa possono essere una buona risorsa per la coppia.

La telefonata di abbinamento e le prime immagini del bambino: emozioni e vissuti

“La telefonata che cambia la vita” è un momento potente e trasformativo. Si passa da una dimensione fantastica ad una dimensione reale: quel bambino tanto desiderato e immaginato e quel desiderio di diventare genitori diventano una possibilità concreta. L’entusiasmo è tanto che sembra quasi che scompaiano in un attimo tutta la fatica e tutto lo stress legati all’iter e all’attesa. Allo stesso tempo ci si può sentire confusi e preoccupati di dover dire di no a un abbinamento che non si è in grado di sostenere. È importante mantenere nell’euforia del momento un principio di realtà.

La coppia, infatti, può chiedere informazioni dettagliate sul bambino (storia, salute, abitudini), fondamentali per prepararsi all’incontro con lui. Le foto, se disponibili, aiutano a creare il primo legame emotivo, come una “prima ecografia” simbolica. Può nascere, in quei momenti, un amore, ma anche insicurezza e timore: “Saremo all’altezza? Il bambino si sentirà accolto?”

La decisione di dire “sì” a quel bambino

Dire “sì” al bambino proposto è un momento intenso, pieno di significati. Quel “sì” è l’inizio di una nuova vita insieme, un’accoglienza che parte dal cuore. La coppia sente gioia, responsabilità e il peso del grande compito che l’attende ed è naturale avere dubbi: il tempo per riflettere è fondamentale.

Si tratta, infatti, di accogliere un bambino con la sua storia, le sue esperienze spesso traumatiche e i suoi bisogni e di prepararsi ad offrirgli amore, stabilità e sicurezza. È anche un atto di fiducia, perché nonostante i preparativi, nessuno può sapere con certezza come sarà la relazione o quali saranno le sfide da affrontare per la nuova famiglia adottiva.

Il sostegno dell’Ente e delle reti può aiutare a scegliere con consapevolezza.

Preparare la casa e il cuore

La preparazione del "nido" per l'arrivo di un bambino adottato è un momento speciale e pieno di significato. Non si tratta solo di predisporre uno spazio fisico, ma anche uno spazio mentale in ognuno e di creare un ambiente che favorisca il senso di accoglienza, sicurezza e appartenenza.

E’ importante allestire la stanza con sensibilità, evitando eccessive aspettative. Un ambiente accogliente e personalizzabile, dove il bambino possa gradualmente sentirsi a casa, è ideale e farlo insieme al bambino può favorire il legame. Coinvolgere eventuali fratellini aiuta a creare inclusione e accogliente.

Anche la famiglia allargata va preparata all’arrivo del bambino spiegando la sua storia e i suoi bisogni e rispettandone i tempi di adattamento e familiarizzazione con le persone, senza aspettative irrealistiche.

Il legame si costruirà col tempo e col cuore in un clima di sicurezza e affetto.

Il primo incontro col bambino tra emozioni e criticità

Dopo un lungo percorso di attesa e preparazione, finalmente i futuri genitori possono vedere e interagire con il loro figlio, dando inizio alla costruzione di un legame concreto. Il primo contatto è emozionante e profondo, ma richiede consapevolezza: il desiderio di una scena “da film” è comprensibile, ma può portare a delusioni. Il bambino, infatti, vive un momento destabilizzante: incontra persone nuove, con lingua e aspetto diverso. La comunicazione verbale può essere limitata, ma il linguaggio non verbale può creare le prime connessioni.

È fondamentale non forzare il contatto fisico, ma avere rispetto dei tempi del bambino e dei suoi bisogni difensivi. La prima ferita identitaria che affronta il bambino adottato è proprio a livello corporeo, che è il primo tassello dell’immagine di Sé come persona: prima accolto e protetto nella pancia della mamma e poi abbandonato o non accudito, il bambino subisce un trauma che si struttura profondamente nella sua identità. Il bambino istituzionalizzato, inoltre, può temere un altro abbandono, ma segnali coerenti di accettazione aiutano a superare questi aspetti difensivi.

Infine, i genitori devono accompagnare con delicatezza la separazione dal contesto precedente, legittimando le emozioni di tristezza e rabbia.

La permanenza nel Paese del bambino

La permanenza nel Paese di origine è gestita dalle autorità competenti, in collaborazione con l'Ente adottivo che ha seguito la coppia e può durare da settimane a mesi. Questa fase è molto più di un semplice soggiorno: è l’inizio concreto della convivenza, in un contesto ancora familiare per il bambino.

È anche il momento in cui si completano le pratiche legali (udienze, documenti, permessi d’uscita) e si comincia a costruire una routine con il bambino, sperimentando le prime relazioni quotidiane. I genitori imparano a leggere i bisogni e le emozioni del bambino, a rassicurarlo e a farlo sentire al sicuro. E’, inoltre, un’occasione per immergersi nella cultura di origine del bambino, un gesto importante per custodire le sue radici.

Gli enti autorizzati e gli accompagnatori supportano la famiglia in ogni passaggio di questa fase, anche dal punto di vista emotivo e psicologico.

Emozioni intense accompagnano questo momento: i genitori si sentono finalmente "mamma e papà" e provano gioia ed entusiasmo, insieme ad ansia ed incertezza circa le nuove responsabilità e la creazione del legame. Il bambino, dal canto suo, può vivere paure, diffidenze, uno shock culturale, regressioni emotive e comportamentali e ha bisogno di tempo e delicatezza.

Emozioni ed Evoluzioni nel Post adozione

🏠 L’arrivo in Italia e i primi passi nella nuova vita

Il rientro a casa in 3 (o più) è carico di emozione e di nuova consapevolezza. È il momento in cui la famiglia prende forma. Come quando nasce un figlio, i genitori sentono comprensibilmente il desiderio di rendere partecipi le persone care della loro gioia incontenibile; come abbiamo detto, però, il bambino necessita di un tempo soggettivo per sentirsi rassicurato, per accettare di relazionarsi con altre figure e per percepire la durata di questa nuova realtà: “Questa sarà la mia casa per sempre?” È fondamentale, in questa fase, rassicurarlo e  trasmettergli stabilità.

Il bambino può manifestare una “fame di vita”, richiedendo attenzioni, giochi e affetto in modo esuberante: è il bisogno di colmare un vuoto antico, quello dell’abbandono. Il nuovo spazio familiare può essere spiazzante: una stanza tutta sua, oggetti personali, possibilità di scegliere… tutto è nuovo. Costruire una routine rassicurante aiuta a formare il legame affettivo e a rendere il bambino protagonista della sua nuova storia.

Anche l’ingresso nella scuola e nella società può essere sfidante: distacco dai genitori, ostacoli linguistici, difficoltà relazionali. Dialogare con gli insegnanti, creare momenti di socializzazione e sostenere il bambino nei piccoli traguardi è essenziale.

L’arrivo del figlio porta con sé anche riflessioni profonde per i genitori: spesso riemerge la ferita della sterilità biologica, da elaborare con delicatezza e comprensione. Si affronta la distanza tra il figlio immaginato e quello reale, con le sue esigenze, la sua storia, i suoi ritmi e pian piano si assimila che il legame genitoriale non nasce dalla somiglianza fisica, ma da quel senso di appartenenza che si crea giorno dopo giorno.

Il rischio, in queste prime fasi, è da un lato di infantilizzare il bambino, trattandolo come più piccolo di ciò che è, per colmare bisogni emotivi dei genitori; dall’altro, di adultizzarlo prematuramente, pretendendo autonomie e performance non adatte alla sua età o al suo vissuto.

Serve equilibrio, ascolto, e una profonda fiducia nel tempo e nell’amore che piano piano trasformano tutto.

Il ruolo delle famiglie di origine nell’accoglienza dal bambino

  • L’accoglienza di un bambino adottato coinvolge tutta la famiglia, non solo i genitori: nonni, zii, cugini… tutti acquisiscono nuovi ruoli e possono contribuire a farlo sentire parte della rete affettiva. È fondamentale che il bambino sia riconosciuto nella sua interezza, con la propria storia, cultura, emozioni e vissuti.
  • Il legame con la famiglia allargata deve essere libero dalle aspettative degli adulti, evitando che il bambino si senta obbligato a compiacere per paura di essere rifiutato; le delusioni devono avere spazio, altrimenti il bambino può vivere nella bugia come meccanismo di difesa.
  • Anche le dinamiche tra genitori e nonni possono complicarsi: possono emergere giudizi e ingerenze, per esempio sulle scelte educative o sull’origine del bambino, che possono creare tensioni. Alcuni nonni faticano a riconoscere il nipote oppure proiettano su di lui bisogni personali.
  • Quando invece c’è accettazione e rispetto, si crea una rete solida: i nonni possono sostenere i genitori, accogliere il bambino e contribuire al suo benessere. Anche l’atteggiamento verso la famiglia biologica è importante per aiutare il minore a integrare tutte le sue appartenenze.

 Il nome del bambino e la sua identità

  • Il nome è molto più di una semplice etichetta: è il ponte con il passato, la cultura di origine, la storia personale. Le convenzioni internazionali e il diritto italiano lo considerano un elemento tutelato dell’identità. Cambiarlo può significare, per il bambino, una rottura con le proprie radici, ed è spesso espressione delle difficoltà dei genitori nell’accettare pienamente la storia del figlio.
  • Gli esperti consigliano di mantenere il nome originario, o al massimo aggiungerne uno nuovo, come gesto di rispetto. La modifica è consentita solo in casi particolari e tramite una procedura ufficiale con il Prefetto.

Evoluzione post-adozione: relazioni annuali al paese e ruolo dei genitori

  • L’adozione non finisce con l’arrivo del bambino, ma il percorso continua nel tempo, ed è essenziale per monitorare il suo sviluppo e accompagnarlo nell’integrazione nel nuovo ambiente.
  • Il percorso post-adottivo è strutturato attraverso incontri periodici, la cui frequenza dipende dalle normative del Paese di origine del bambino. Durante questi incontri, i genitori condividono informazioni sullo sviluppo del loro figlio, permettendo alle autorità e agli enti coinvolti di valutare le sue condizioni di vita e il suo adattamento. L’ente accreditato raccoglie queste informazioni e redige il rapporto di post-adozione, documento fondamentale per garantire che gli impegni presi con le autorità straniere vengano rispettati.
  • Le relazioni post-adottive sono rapporti ufficiali da inviare al Paese d’origine, tramite l’Ente, e includono informazioni su salute, sviluppo psicologico, vita familiare, scuola, relazioni sociali, apprendimenti e prospettive future.
  • Oltre alla burocrazia, questo periodo dovrebbe offrire sostegno concreto ai genitori, specie nei primi mesi, ma purtroppo, spesso le famiglie si trovano abbandonate e prive di accompagnamento.

Il diritto e l’importanza di accedere alle informazioni sulle proprie origini

  • Conoscere le proprie origini è un diritto fondamentale per ogni persona e ha un significato particolarmente profondo per chi è stato adottato. Non si tratta di semplice curiosità, ma di un bisogno essenziale per la costruzione dell’identità personale e per lo sviluppo di relazioni autentiche.
  • L’identità non è un’entità astratta: si forma nel contesto delle relazioni, nei confronti con gli altri e nella percezione che ciascuno ha di sé. Per un adottato, la consapevolezza delle proprie origini può influenzare il senso di appartenenza, il rapporto con la propria storia e la serenità emotiva.
  • In origine, la legge sull’adozione favoriva il completo distacco tra minore e famiglia biologica, basandosi sul principio della “nascita” giuridica nella nuova famiglia e sulla segretezza per tutelare il bambino. La segretezza serviva a consolidare l’appartenenza al nucleo adottivo e, in passato, proteggeva dalla stigmatizzazione sociale legata alla nascita fuori dal matrimonio. Col tempo, tuttavia, i cambiamenti sociali e culturali hanno evidenziato i limiti di questo approccio ed è emersa sempre più chiaramente la necessità di tutelare la personalità dell’adottato, riconoscendogli il diritto di conoscere la propria storia e le proprie origini.
  • La normativa ha quindi subito importanti revisioni: la legge 149/2001 ha aperto la strada alla ricostruzione dell’identità personale dell’adottato. Le modifiche legislative hanno introdotto forme di accesso alle informazioni biologiche, con criteri legati all’età, alla maturità e a eventuali motivi di salute.

Le regole attuali:

  • Un adottato che ha compiuto 25 anni può richiedere al Tribunale per i minorenni informazioni sui propri genitori biologici o su eventuali fratelli e sorelle del suo nucleo biologico.
  • Anche chi ha raggiunto i 18 anni può accedere alle informazioni, ma solo in presenza di gravi e comprovati motivi di salute e con un’adeguata preparazione e assistenza.
  • I genitori adottivi, esercitando la responsabilità genitoriale, possono presentare richiesta al Tribunale per ottenere queste informazioni qualora ricorrano gravi motivazioni, anche sanitarie.
  • Va tuttavia sottolineato che, se la madre biologica ha dichiarato la volontà di restare anonima subito dopo il parto, né l’adottato né i suoi genitori adottivi possono conoscere la sua identità.
  • Il Tribunale valuta ogni richiesta caso per caso, prendendo in considerazione la maturità della persona e l’eventuale impatto psicologico della rivelazione.

Nel 2013, la Corte Costituzionale con la sentenza 278 ha dichiarato illegittima la norma che vietava ogni verifica sull’intenzione della madre di mantenere l’anonimato ed ha affermato che il diritto dell’adottato a conoscere le proprie origini è fondamentale e deve essere bilanciato con la tutela della riservatezza della madre biologica. Alcuni uffici di Procura, in attesa di una revisione normativa, hanno ritenuto applicabile fin da subito la sentenza e hanno considerato possibile interpellare la madre per verificare se desideri ancora mantenere l’anonimato, poiché le sue generalità sono annotate nell’attestazione di nascita.

La questione resta aperta e sarà compito del legislatore definire con chiarezza le modalità di applicazione di questo principio, cercando un equilibrio tra il bisogno dell’adottato di ricostruire la propria storia e la necessaria tutela della madre biologica.

Origini, costruzione dell’identità e senso di Sé

Il diritto di conoscere le proprie origini è un punto cardine per ogni persona adottata. Non è solo una questione informativa: è un modo per dare continuità alla propria storia, per legarla al presente e costruire un’identità autentica e coerente; al contrario, il segreto può pesare profondamente, lasciando frammenti di sé sospesi e difficili da integrare. Ogni ricordo, anche il più piccolo, ogni legame affettivo interrotto, ogni emozione vissuta contribuisce alla costruzione dell’identità e del senso di appartenenza. Per questo, riconoscere e valorizzare la storia pre-adottiva del bambino significa restituirgli dignità, senso e uno spazio sicuro in cui costruirsi.

L’adozione non cancella il vissuto precedente, ma lo abbraccia e questo processo richiede consapevolezza da parte dei genitori adottivi, che devono aiutare il figlio a sentire che la sua storia non è negata, ma accolta. L’adozione, in fondo, è anche un gesto di riconciliazione col passato e di apertura consapevole verso il futuro.

La ricerca di chi siamo è parte del nostro sviluppo psicologico, e ci accompagna tutta la vita. Per il bambino adottato, però, questo cammino può essere più complesso: la mancanza di riferimenti chiari, le tracce confuse del proprio passato e l’assenza di una guida possono generare un senso di perdita che si estende fino all’età adulta.

Il tema delle origini non ha un’unica fase. Può emergere nell’infanzia come nostalgia, restare in silenzio per anni e poi riaffiorare con forza durante l’adolescenza, quando il bisogno di sapere si intreccia con le questioni identitarie e con la lealtà invisibile verso la famiglia biologica. Più tardi, in età adulta, la genitorialità può riaccendere il bisogno di radici, di capire da dove si viene per poter trasmettere qualcosa di vero. Anche eventi significativi come un lutto o una perdita possono riattivare il desiderio di conoscere le origini, come se riemergesse una ferita mai del tutto cicatrizzata.

L’adolescenza, in particolare, è una tappa delicata. I nodi irrisolti delle fasi precedenti possono manifestarsi con intensità ed è qui che molti giovani adottati sentono il bisogno di conoscere di più: chi erano i loro genitori biologici, perché è avvenuto l’abbandono, quali circostanze li hanno portati a cambiare famiglia. Ma questa ricerca è spesso ambivalente: si ha paura di scoprire una realtà dolorosa, di destabilizzare il proprio equilibrio, di aprire ferite profonde. Eppure, per molti, anche solo poche informazioni, piccoli frammenti, possono dare senso e continuità.  La ricerca delle origini da parte degli adottati non si concentra sulla semplice acquisizione di nomi e cognomi, ma su qualcosa di molto più profondo: il bisogno di ritrovare un filo che li riconnetta alla propria storia.

I genitori adottivi hanno un compito importante in questo ambito: offrire un ambiente sicuro in cui il figlio possa esplorare la propria storia senza sentirsi in colpa. Creare un “romanzo familiare” che includa tutti, anche la famiglia di origine e il dolore dell’abbandono, aiuta il figlio a non dover scegliere tra appartenenze, ma a integrarle. Se questa apertura manca, il figlio potrebbe adeguarsi alle aspettative dei genitori, costruendo un “falso Sé” per essere accettato. Al contrario, quando la famiglia adottiva sostiene il bisogno di sapere, aiuta a consolidare un’identità sana e consapevole.

Una buona riuscita adottiva non annulla il desiderio di conoscere le origini, ma lo trasforma: non più una ricerca esterna e urgente, ma un cammino interno, fatto di pensieri, riflessioni e domande.

Attivare la ricerca delle origini può innescare, d’altra parte, conflitti di lealtà. Il figlio potrebbe sentirsi diviso tra il desiderio di sapere e il timore di ferire i genitori adottivi e per questo, la loro sicurezza e tenuta emotiva diventano fondamentali: devono essere in grado di affiancare il figlio con apertura e rispetto, proteggendolo dal rischio di dover scegliere tra verità e appartenenza.

Nel percorso evolutivo di una persona adottata, la continuità del Sé rappresenta una meta preziosa: solo quando il passato e il presente si intrecciano con coerenza, il bambino può sperimentare un senso di appartenenza autentico, che non cancella ciò che è stato ma lo include nel nuovo cammino. La relazione con le proprie origini non si esaurisce nel tempo né nell’età dell’adozione: anche chi è stato adottato alla nascita conserva un legame profondo con la sua storia. Ignorarlo significa sottrarre al bambino una parte importante di sé e oggi, con un numero sempre maggiore di adozioni in età più avanzata, questa verità è ancora più evidente.

La riuscita del percorso adottivo richiede, inoltre, che i genitori adottivi accolgano non solo il figlio, ma anche le rappresentazioni mentali che egli ha costruito dei suoi genitori biologici. Escludere queste figure dal contesto familiare produce effetti negativi: indebolisce il legame adottivo e rende difficile al figlio pensare ai suoi genitori biologici in modo costruttivo. Accogliere le figure biologiche non significa giustificare scelte dolorose come l’abbandono o il maltrattamento, ma cercare di comprenderne le radici emotive. I genitori adottivi devono sapersi mettere in ascolto, empatizzare con la sofferenza del figlio e aprirsi al vissuto di chi ha compiuto quelle scelte, per quanto difficili da accettare.

Attenzione, però, a non idealizzare eccessivamente la figura della madre biologica. Se viene presentata come troppo “buona”, rischia di generare un conflitto interiore nel bambino: “Se era così amorevole, perché ha rinunciato a me?” Questo dubbio può tramutarsi in un senso di colpa profondo, in dolore silenzioso, in rabbia o autosvalutazione. E quando il bambino non riesce a dirigere quella sofferenza verso chi lo ha abbandonato, può rivolgerla contro i genitori adottivi o, peggio, contro sé stesso. In questi casi, la gestione affettiva della narrazione diventa cruciale per lo sviluppo sano dell’identità. Ciò che conta, quindi, non è solo il contenuto delle informazioni, ma la modalità in cui vengono trasmesse.

La famiglia adottiva ha il compito di costruire una narrazione autentica, che non semplifichi il vissuto, ma lo integri con rispetto e sensibilità. Questo implica affrontare anche le proprie paure, come quella di essere “abbandonati” emotivamente dal figlio nel momento in cui egli esprimerà il desiderio di conoscere il proprio passato. Ma è proprio in quell’atto di apertura che si rafforza il legame familiare: offrire spazio e accoglienza a queste domande significa permettere al bambino di crescere senza dover scegliere tra due mondi, ma potendoli abitare entrambi con consapevolezza e pienezza.

La narrazione e la narrabilità della storia del bambino e della famiglia

L’identità non nasce solo dalla conoscenza dei fatti, ma dalla possibilità di raccontarli, di integrarli emotivamente in una narrazione coerente. Per il bambino adottato, il vero bisogno non è solo quello di ricevere risposte, ma di sentirsi parte di una storia che abbia senso, che non lasci vuoti, rimozioni o frammenti dispersivi. Solo così l’adozione può diventare davvero un processo riparativo: la narrazione diventa il ponte fra passato e presente, fra esperienza e significato.

Pur essendo centrale, il trauma non è tutta la storia e non definisce da solo lo sviluppo delle persone adottate. L’adozione è anche un terreno in cui la legittimazione e il senso di appartenenza assumono un ruolo fondamentale. Le difficoltà iniziali non sono un limite, ma possono trasformarsi in opportunità evolutive; la possibilità di costruire o ricostruire una storia coerente aiuta il bambino ad accedere con più forza ai suoi talenti, risorse e benessere interiore.

Per molte famiglie, l’adozione nasce dopo l’incontro con l’infertilità, una ferita silenziosa fatta di dolore, senso di fallimento, frustrazione e speranza. Questa “assenza di pancia” genera percorsi delicati, spesso avvolti da silenzi e non detti che rendono la comunicazione ancora più complessa. La genitorialità adottiva, infatti, non può prescindere dalla capacità di narrare anche questo inciampo iniziale, che tocca l’identità personale, di coppia e familiare. Quando questa narrazione manca di autenticità, può diventare una maschera—quella del “supergenitore”—che impedisce l'accesso alle proprie fragilità e complica il rapporto con il figlio. Solo se i genitori adottivi riescono a condividere con sincerità le loro fatiche e la loro storia, il bambino potrà sentirsi pienamente legittimato nel suo ruolo di figlio.

Molte adozioni iniziano con un segreto. Non detto, rimosso, taciuto: ciò che nelle famiglie biologiche può essere discrezione, nelle adozioni spesso nasce da paure, insicurezze, timori di giudizio. Lo sguardo dell’altro può essere pesante, idealizzante, e definire i genitori come “eroi” o “salvatori” crea pressioni invisibili che ostacolano l’autenticità. Ma ogni genitorialità, adottiva o biologica, nasce anche da un desiderio di crescita personale e relazionale; normalizzarlo aiuta a dare forma a una narrazione vera e liberante.

Gli studi più recenti ci insegnano che non è il dato di realtà in sé a rendere possibile una narrazione coerente, ma la capacità di attribuire significato. È più facile per un bambino adottato creare nuove rappresentazioni che modificare quelle negative. Non si tratta di dimenticare, ma di trasformare le ferite in cicatrici curate. Queste cicatrici, visibili o silenziose, riemergono nei momenti cruciali della vita (l’adolescenza, l’età adulta, la genitorialità). Valorizzarle e inserirle come capitolo nella storia evolutiva del bambino è essenziale, non per custodire il dolore, ma per darvi senso, dignità e voce.

Il bambino abbandonato, abusato, maltrattato non ha avuto la possibilità di vivere davvero la propria infanzia. Eppure, quando incontra una genitorialità accogliente e una narrazione curante, può iniziare lentamente ad affacciarsi all’idea che sì, anche lui può essere semplicemente “un bambino”. Alcuni però si oppongono a questa possibilità: si sono identificati con un ruolo, una funzione, una storia che dava senso alle esperienze precedenti. In questi casi, persino essere pensati come bambini può apparire minaccioso.

L’assenza di legame biologico è una sfida, sì, ma non una fragilità. Il bambino resta legato per sempre a entrambe le famiglie e il compito dei genitori adottivi è quindi anche quello di accogliere questa doppia appartenenza e dare forma, nel tempo, a una narrazione che tenga dentro tutti i protagonisti, anche quelli invisibili. Anche la nostalgia e la malinconia del bambino per ciò che non ha più o non ha avuto devono essere accolte. Manifestare dolore è un atto profondo di fiducia, e spesso si esprime attraverso comportamenti difficili, sfidanti o provocatori.

Quando manca lo spazio di parola, il bambino rischia di vivere una scissione interna: per esistere, crede di dover rimuovere la propria storia. Ma trattenere quell'energia per tenere lontano il passato richiede una fatica immensa, che blocca lo sviluppo e limita la capacità di fiorire. La funzione genitoriale diventa così quella di trasformare una matassa ingarbugliata in un libro coerente, dove ogni capitolo ha valore e ogni protagonista ha un volto pensabile.

Raccontare le origini e la storia adottiva al bambino

Nel percorso adottivo, il rapporto con la verità è essenziale: anche quando alcuni aspetti della storia sono dolorosi o difficili da condividere, il bambino ha diritto a non vivere nel dubbio. Sapere che gli adulti non temono il suo passato, ma lo accolgono, è la più grande forma di protezione.

A ogni fase evolutiva corrispondono parole e strumenti diversi: disegno, gioco, storie e fiabe sono veicoli potenti per parlare il linguaggio dell’infanzia e connettersi con il mondo interiore del bambino in modo autentico.

  • Soprattutto per i più piccoli, la fiaba diventa uno spazio terapeutico e immaginario dove anche le esperienze difficili possono essere rese pensabili. Permette al bambino di affrontare il tema dell’adozione e dell’abbandono attraverso personaggi fantastici e animali, in un racconto che trasmetta senso, sicurezza e possibilità di trasformazione. La fiaba dovrebbe contenere frammenti reali della storia del bambino, accompagnati da emozioni e intenzioni dei protagonisti. Raccontata sin da subito, anche se il bambino non comprende tutto, gli permette di costruire associazioni affettive e identificazioni positive.
  • Tra i 6 e i 9 anni, i bambini sviluppano una maggiore capacità di pensiero logico e iniziano a interrogarsi sull’adozione in modo strutturato. Il Lifebook è uno strumento prezioso per accompagnarli in questo viaggio: una raccolta di testi, foto, ricordi e ricostruzioni che raccontano la loro storia dalla nascita fino all’incontro con la famiglia adottiva. È uno spazio dinamico, che si arricchisce nel tempo e si costruisce insieme: genitori e figli diventano co-autori di una narrazione che accoglie domande, dubbi e anche frammenti dolorosi. Includere questi aspetti è fondamentale per permettere al bambino di dare significato alla sua storia e costruire un’identità coerente.

È comprensibile che alcuni traumi siano troppo difficili da affrontare per i genitori, ma rimandare troppo a lungo la condivisione della verità può creare rotture nella fiducia del bambino e generare sospetti (“Cos’altro mi state nascondendo?”). L’importante è procedere con gradualità, autenticità, e sempre in ascolto delle emozioni, del figlio ma anche proprie.

Il bambino adottato e i modelli di attaccamento

La teoria dell’attaccamento di Bowlby evidenzia come, fin dalla nascita, ogni bambino abbia un bisogno innato di protezione. Una figura sensibile e disponibile che risponde a questo bisogno diventa una “base sicura” da cui esplorare il mondo e a cui tornare nei momenti di difficoltà. Se il bambino viene confortato e sostenuto, svilupperà fiducia in sé, senso del proprio valore e competenze relazionali.

Quando la figura di riferimento è assente, distaccata, imprevedibile o persino maltrattante, il bambino costruisce modelli interni negativi, che condizionano profondamente la sua percezione degli altri e di sé stesso. Questi schemi diventano la lente con cui interpreta le relazioni future. Nei bambini che vivono esperienze traumatiche, possono strutturarsi diversi pattern:

  • Evitante: sopprime le emozioni, evita il conforto, sviluppa atteggiamenti antisociali.
  • Disorganizzato: alterna passività e aggressività, mostra sfide comportamentali e dissociazione.
  • Ambivalente: ricerca in modo esagerato cure, ma con rabbia, ostilità, paura e sintomi psicosomatici.

Questi modelli pregressi influenzano profondamente la costruzione del legame con i genitori adottivi. Il bambino tende a riproporre i comportamenti appresi: chi ha vissuto rifiuto o abbandono potrà attribuire ai nuovi genitori le stesse caratteristiche e reagire con sfiducia, ostilità, oppure aspettative irrealistiche. Tanto più l’adozione avviene in età avanzata, tanto più rigidi saranno questi schemi, rendendo difficile il cambiamento.

Il genitore adottivo, se impreparato, può sentirsi respinto, incapace, schiacciato tra richieste e chiusure. Il bambino che non chiede aiuto, usa l’aggressività o la manipolazione, in realtà, non sta rifiutando il legame, ma sta rispondendo a un passato che ha insegnato a non fidarsi.

La separazione precoce dalla madre genera reazioni simili a un lutto: protesta, attivazione fisiologica, ritiro e distacco. Nei bambini istituzionalizzati si osserva la cosiddetta “depressione anaclitica”: non aver ricevuto cure adeguate è come non aver avuto una madre, con effetti gravi e duraturi sulla crescita emotiva e relazionale.

I bambini adottati, inoltre, spesso attivano meccanismi di difesa che li portano a colpevolizzarsi per l’abbandono o il maltrattamento ricevuto, piuttosto che accettare la dolorosa verità di non essere stati amati. Tendono, così, a idealizzare il genitore biologico, rendendolo insostituibile, per non affrontare emozioni come paura, rabbia, rifiuto.

I modelli operativi interni, comunque, sebbene radicati, possono essere modificati attraverso nuove relazioni di attaccamento basate su sicurezza, continuità e accoglienza, come teorizzato da Bowlby. I genitori adottivi devono comprendere che reazioni come aggressività o chiusura non sono contro di loro, ma sono segni di traumi del passato.

È fondamentale offrire al bambino una relazione stabile e amorevole, capace di contenere le sue paure e di strutturare regole che trasmettano stabilità e sicurezza. Infatti, quando il bambino percepisce il genitore adottivo come costantemente disponibile, si libera dalla necessità di preoccuparsi per la propria sopravvivenza e può finalmente esplorare il mondo e crescere, attivando le risorse interne che erano bloccate e favorendo una maggiore integrazione affettiva e sociale.

È importante, inoltre, favorire nel bambino il racconto della propria storia poiché anche ciò contribuisce a un cambiamento dei modelli operativi interni attraverso la riattivazione di tutte quelle emozioni che erano state bloccate (disperazione o rabbia) per l'ansia di essere rifiutato dalla figura di attaccamento, dando la possibilità di attribuire un diverso significato agli eventi del passato.

Anche assegnare ai comportamenti dei genitori biologici una spiegazione più umana, legata alle loro esperienze e difficoltà, aiuta a ricostruire una rappresentazione positiva di sé e degli altri.

La costruzione graduale della famiglia adottiva tra paure e nuovi inizi

La creazione di una famiglia adottiva non è solo un atto giuridico, ma è una co-costruzione lenta e emotivamente densa, dove genitori e figli affrontano fragilità, speranze e paure. All'inizio emergono timori da entrambe le parti: i genitori temono di non riuscire a colmare il vuoto dell’abbandono, il bambino teme di non essere accolto o di essere nuovamente rifiutato.

Nei primi tempi prevale il bisogno di attaccamento e sicurezza da parte del bambino, che cerca sicurezza e stabilità nei nuovi genitori, mentre la coppia adottiva tende a rispondere a questa necessità con affetto e protezione. Tuttavia, è fondamentale che questo processo non ostacoli il naturale sviluppo dell’autonomia del bambino. Infatti, se il bambino reprime la propria individualità per conformarsi alle aspettative familiari, rischia di non costruire una identità autentica.

Un altro aspetto importante è che sia il bambino che i genitori adottivi possano entrambi esprimere emozioni scomode come rabbia, colpa, tristezza, paura. Negare queste emozioni genera incomprensioni o escalation distruttive, come quando il figlio reale viene oscurato dal figlio “fantasticato”. Creare uno spazio sicuro dove parlare aiuta a trasformare il dolore in crescita e a costruire una relazione basata su verità e accettazione.

Affinché il bambino possa integrare la sua storia con quella della nuova famiglia è importante dare voce alla storia del bambino, senza cancellarla né idealizzarla. Questo significa accogliere le domande e accettare i dubbi da parte del bambino adottato, come

“Da dove vengo?”

“Perché non mi hanno voluto?”

“Perché voi mi avete voluto?”

Dare risposte realistiche e sensibili (insightfulness) consente al bambino di integrare il passato con il presente, riconoscersi come degno di amore e ri-significare il suo vissuto.

L’adozione è anche un’opportunità di rinascita per tutti suoi membri: ogni gesto condiviso contribuisce alla creazione di un “noi” familiare.

Fratrie e adozioni di fratelli

Quando si parla di “adozione di fratelli”, si fa riferimento all’ingresso contemporaneo di più bambini all’interno della stessa famiglia adottiva. Tuttavia, le situazioni reali sono molteplici e complesse. Alcune coppie adottive decidono di accogliere più fratelli per facilitare l’inserimento, per motivi legati ai tempi di attesa o al desiderio di evitare la separazione della fratria.

Anche se la scelta spetta agli enti preposti, è fondamentale che i genitori siano preparati ad accogliere il dolore della separazione tra fratelli, anche quando adottano un singolo bambino.

Fratelli biologici adottati congiuntamente

Si tratta della forma più comune di adozione di fratelli, cioè il collocamento nella stessa famiglia adottiva di due o più fratelli di sangue. Accogliere fratelli significa entrare in relazione con bambini diversi per età, genere, carattere e vissuto; ogni figlio porta con sé una storia unica, bisogni specifici e modalità diverse di rapportarsi ai nuovi genitori. Per questo è essenziale che le famiglie adottive siano flessibili, capaci di adattarsi e di costruire legami individuali con ciascun bambino.

La motivazione alla base dell’indicazione di collocare fratelli biologici nella stessa famiglia è quella di evitare un ulteriore trauma da abbandono in questi bambini e salvaguardare un legame di attaccamento importante. La fratria, nel percorso adottivo, può rappresentare una risorsa preziosa. I fratelli si confortano reciprocamente, facilitano l’adattamento, proteggono il senso d’identità e fungono da filtro emotivo nel passaggio alla nuova realtà.

Tuttavia, l’inserimento simultaneo comporta anche una doppia transizione: i fratelli devono ridefinire il loro rapporto, abituarsi a essere figli in una famiglia diversa e ristrutturare le dinamiche che li hanno tenuti uniti fino a quel momento.

Fratelli biologici adottati da famiglie diverse

In alcune circostanze, i fratelli biologici vengono collocati in famiglie diverse. Le motivazioni possono essere pratiche (tempi e costi), relazionali (dinamiche disfunzionali che potrebbero comportare difficoltà nei genitori adottivi, giungendo in alcuni casi a “sabotare” l’adozione quando è presente una forte coalizione tra fratelli) o legate a episodi di abuso o maltrattamento tra fratelli. Non sempre, infatti, il legame fraterno è una risorsa: può diventare fonte di sofferenza, competizione o disorganizzazione emotiva.

Quando la separazione è inevitabile, il bambino può vivere una doppia perdita, sperimentando angoscia, sensi di colpa e disorientamento. In questi casi, il compito dei genitori adottivi è ancora più delicato: devono accogliere il dolore, accompagnare l’inserimento e gestire le emozioni legate alla mancanza del fratello.

È importante che la relazione tra fratelli biologici adottati da famiglie diverse sia valutata caso per caso coerentemente con la realtà che si è venuta a determinare e tenendo conto della possibilità che il mantenimento del rapporto possa costituire o meno una risorsa positiva.

Se i fratelli si incontrano solo al momento dell’adozione, possono emergere sentimenti di estraneità, rivalità o bisogno di competere per l’affetto dei genitori. Questo accade soprattutto se i bambini provengono da ambienti carenti dal punto di vista affettivo, e cercano conferme tramite atteggiamenti oppositivi o compiacenti.

Alcuni bambini, invece, provano sollievo dalla separazione: per esempio il fratello maggiore che ha svolto a lungo un ruolo genitoriale può finalmente smettere di “proteggere” i più piccoli e godere dell’opportunità di essere figlio. Altri manifestano fastidio o vergogna, soprattutto se vivono vicino ai fratelli o ne percepiscono comportamenti diversi e meno adattivi.

Fratrie miste: fratelli adottivi adottati in tempi diversi

Il desiderio di una seconda adozione nasce spesso dalla volontà di completare la famiglia, sull’onda di una prima esperienza positiva. Talvolta è il figlio già presente a chiedere un fratello, alimentando il sogno condiviso.

Quando si accoglie un secondo bambino, le storie di entrambi si intrecciano in una fratria non biologica, ma relazionale. Questo nuovo ingresso, però, può modificare l’equilibrio emotivo faticosamente costruito, portando con sé sfide e profondi investimenti affettivi. Il figlio adottato per primo potrebbe trovarsi di fronte a un bambino più piccolo, di altra etnia, con un passato differente ed è un compito impegnativo che, talvolta, riattiva ferite ancora aperte.

In alcuni casi, il bambino è stato separato dai fratelli biologici al momento dell’adozione. Ritrovarsi ora a costruire un nuovo legame fraterno in una famiglia diversa può far nascere sentimenti ambigui, malinconie, oppure confronti interiori.

La motivazione dei genitori deve essere analizzata con attenzione. Se la seconda adozione nasce da un’insoddisfazione rispetto al primo legame, o da aspettative non soddisfatte, è importante offrire spazio alla riflessione e al sostegno. Una seconda adozione non dovrebbe mai essere una compensazione emotiva, né un tentativo di “correggere” la prima.

Nelle seconde adozioni, la coppia viene rivalutata considerando le trasformazioni familiari avvenute, la qualità dell’adattamento del primo figlio e la compatibilità con il bambino in arrivo. Il figlio già presente va coinvolto in modo rispettoso, senza investire su di lui la responsabilità della scelta, va sostenuto nell’elaborare le sue paure, il senso di smarrimento e nella costruzione realistica dell’immagine del fratello. È fondamentale evitare distorsioni cognitive: il bambino non deve sentirsi “non abbastanza”, né percepire la nuova adozione come un risarcimento o una risposta a un vuoto. Serve accompagnarlo nell’immaginare i cambiamenti, esprimere dubbi, e prepararsi alla condivisione.

Quando il secondo figlio arriva da un contesto culturale diverso, l’incontro tra etnie, lingue e somiglianze può rendere più complessa la costruzione di appartenenze e rispecchiamenti familiari. Allo stesso tempo, se la seconda adozione avviene nello stesso paese d’origine del primo figlio, può rappresentare un’occasione preziosa per ritornare alle radici, riaccendere la memoria e rafforzare il legame con la storia personale.

L’adozione di un fratello diventa anche un momento in cui il primo figlio rivive, da spettatore, il proprio percorso: può cogliere l’impegno dei genitori, riattivare emozioni sopite, interrogarsi sul suo abbandono. È un viaggio nel viaggio, reale ed emotivo.

Fratrie miste: figli biologici e adottivi

Esistono due scenari: una famiglia con figli biologici che decide di adottare, oppure una gravidanza che arriva dopo l’adozione. Entrambi i casi comportano sfide e trasformazioni.

Le motivazioni possono essere varie: da esigenze mediche (come la sterilità) a ideali solidaristici. In quest’ultimo caso, il rischio è che il bambino adottato venga visto come “salvato”, e senta di dover “ripagare” la famiglia. È importante che i legami si formino liberi da debiti emotivi o aspettative distorte. In altri casi, l’adozione può nascere per compensare una delusione, un lutto o come tentativo di rimettere in equilibrio una coppia: questi aspetti devono essere affrontati con sincerità, poiché rappresentano fattori di rischio.

Quando la famiglia si allarga, il figlio biologico può sentirsi messo da parte, oppure sovraccaricato di aspettative. A lui possono essere affidati ruoli di esempio o vigilanza, ma questo rischia di generare distanza emotiva o rivalità. È naturale che ci siano gelosie o competizioni iniziali, l’importante è che i genitori creino un clima familiare basato su rispetto, collaborazione e ascolto, senza negare o enfatizzare le differenze.

Allo stesso tempo, i genitori biologici sono spesso più “allenati” al ruolo genitoriale e meno inclini a proiettare sul figlio adottivo il bisogno di sentirsi validati. Tuttavia, devono proteggere lo spazio emotivo del figlio già presente, salvaguardare il suo ruolo e prepararlo al cambiamento.

L’arrivo di un figlio biologico dopo un’adozione

La nascita di un figlio naturale in una famiglia che ha già adottato rappresenta un evento emozionalmente intenso, ma anche potenzialmente critico. Se la scelta adottiva era stata dettata da problemi di infertilità, la gravidanza viene spesso vissuta come una svolta gioiosa, condivisa anche dal figlio adottato; tuttavia, questo può scatenare in lui emozioni ambivalenti, domande profonde e confronti interiori legati alla sua storia di abbandono.

Per evitare che la gravidanza venga vissuta con angoscia, è importante coinvolgere il bambino adottato sin dalle prime fasi, offrirgli rassicurazioni sul suo posto in famiglia e rispondere con sensibilità alle sue domande. Il figlio adottato, ad esempio, può sviluppare fantasie secondo cui sarebbe stato "scelto" consapevolmente dai genitori, al contrario del fratello biologico che "arriva da sé". Questo pensiero può essere confortante, ma anche portare a confronti carichi di tensione. Se il legame affettivo con i genitori è solido, il bambino può vivere positivamente questa trasformazione, se invece l'esperienza adottiva è stata fragile o conflittuale, potrebbero emergere sentimenti di esclusione, gelosia e pensieri negativi come: “non sono bastato”, “non sono stato abbastanza amato”.

Osservare il corpo della madre cambiare, inoltre, può riattivare fantasie legate alla madre biologica, o interrogativi sul proprio abbandono. Queste riflessioni vanno accolte con empatia, poiché possono aprire ferite emotive importanti.

La differenza fisica tra fratelli — pelle, tratti somatici, provenienza — può accentuare la sensazione di diversità. In ambienti come la scuola, queste differenze possono diventare terreno per giudizi o scherni, complicando il vissuto del bambino.

Può essere utile valutare un sostegno clinico per tutta la famiglia, affinché si possa attraversare questo delicato passaggio con consapevolezza, amore e protezione.

Evoluzione e situazioni attuali

L’evoluzione dell’adozione in Italia: adozione mite e aperta

Negli ultimi anni, l’adozione in Italia ha vissuto un’evoluzione significativa, con un graduale allineamento ai modelli internazionali di open adoption, spostandosi da un modello chiuso e definitivo verso forme più flessibili come l’adozione mite e aperta. Questi modelli cercano di conciliare stabilità e continuità affettiva, permettendo al bambino di mantenere legami con la propria famiglia d’origine, quando ritenuti utili al suo benessere.  A questo proposito dal 2023 è possibile che il Giudice, valutando la particolare situazione familiare di un minore, opti per l’adozione cosiddetta aperta.

 

Caratteristiche principali

Adozione piena

Rottura definitiva con la famiglia biologica in caso di abbandono totale. Garantisce stabilità e nuovo inizio.

Adozione mite

Applicata in caso di semi-abbandono. I legami giuridici con la famiglia d’origine si mantengono. È una transizione graduale dopo l’affido.

Adozione aperta

Pur interrompendo i rapporti giuridici, consente legami affettivi con membri della famiglia biologica (es. nonni, fratelli) se questi sono ritenuti positivi e significativi per il benessere del minore. L’obiettivo è garantire una continuità nelle relazioni affettive e nella costruzione dell’identità del bambino, evitando che sperimenti un vuoto rispetto alla propria storia

L’evoluzione del panorama adottivo italiano è guidato da diversi fattori:

  • Digitalizzazione e social network, che facilitano il contatto diretto con le famiglie d’origine.
  • Nuove leggi, come la 173/2015, che tutelano la continuità affettiva maturata durante l’affidamento.
  • Orientamenti giurisprudenziali, nazionali ed europei, che affermano il diritto del minore a mantenere relazioni significative.

Le coppie adottive, oggi, devono essere preparate ad affrontare forme di adozione non tradizionali. Gli studi indicano che ciò che conta davvero è la qualità relazionale e l’ambiente affettivo offerto. Affinché l’adozione aperta funzioni va evitata un’applicazione ideologica o superficiale, serve un accompagnamento professionale, con servizi di supporto psicologico e sociale, sempre mettendo al centro il superiore interesse del minore.

Single, coppie omosessuali e adozione in Italia

Con la sentenza n. 33/2025, la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale il divieto per le persone single di adottare minori in stato di abbandono a livello internazionale, abrogando l’art. 29-bis della legge 184/83. Tale divieto è stato ritenuto sproporzionato e lesivo del diritto all’autodeterminazione, a fronte del principio cardine che guida le adozioni: l’interesse superiore del minore.

Ora i tribunali dovranno valutare caso per caso l’idoneità del singolo richiedente considerando la stabilità economica e affettiva, il supporto familiare e relazionale e la capacità genitoriale complessiva Questa apertura potrebbe incrementare le domande da parte di single, creando nuove opportunità per i minori senza famiglia.

La sentenza, tuttavia, dice sì ai single ma non include le coppie omosessuali né le unioni civili e produce un paradosso giuridico, in quanto un singolo omosessuale può adottare, mentre una coppia convivente dello stesso sesso no. Questa discriminazione si fonda su norme superate, che non riflettono le attuali dinamiche familiari.

La decisione della Corte potrebbe aprire la strada a nuove istanze giuridiche per l’inclusione delle coppie unite civilmente nel diritto all’adozione. Nonostante la legge Cirinnà sia in vigore da oltre sette anni, manca ancora una revisione organica della legge sulle adozioni.

Sos Post Adozione

L’accompagnamento (inesistente) nel Post Adozione nella realtà attuale

In Italia, il sostegno psicologico ed emotivo alle famiglie adottive dopo l’adozione è spesso carente o affidato all’iniziativa privata. Mentre il percorso pre-adottivo è ben strutturato, una volta che il bambino entra in famiglia il supporto formale tende a dissolversi, lasciando i genitori soli nell’affrontare difficoltà di integrazione, gestione delle fragilità del figlio, possibili diagnosi emergenti e la costruzione di un legame sicuro.

I bambini portano con sé emozioni intense, domande sulle origini e vissuti traumatici che richiederebbero un accompagnamento mirato, continuativo e personalizzato nella fase post adottiva.

Un aiuto specializzato può fare davvero la differenza in numerosi ambiti:

  • Emozioni e attaccamento: aiutare il bambino a elaborare la sua storia, sviluppare fiducia e sicurezza.
  • Identità e origini: sostenere i genitori nel narrare il passato del figlio con rispetto e delicatezza.
  • Relazioni familiari: affrontare dinamiche complesse come il timore del rifiuto, il bisogno di appartenenza e la rielaborazione del trauma.
  • Diagnosi e bisogni speciali: supportare i genitori nella comprensione e nella gestione di eventuali disturbi.
  • Scuola e socializzazione: facilitare l’inserimento scolastico e il rapporto con i pari.
  • Crescita e adolescenza: accompagnare la famiglia nei momenti critici, con un focus sull’identità e l’appartenenza.
  • Spazi di ascolto per i genitori: offrire loro strumenti per affrontare paure, insicurezze e dubbi legati alla genitorialità adottiva.

Senza un adeguato supporto psicologico, il rischio è che queste dinamiche restino irrisolte e pesino sul benessere della famiglia, contribuendo anche al fenomeno dei fallimenti adottivi.

Il bambino adottato nella crescita: i vissuti e il ruolo del trauma

L’adozione è spesso narrata come una rinascita, una seconda possibilità di vita per il bambino e la famiglia che lo accoglie, ma dietro si cela una realtà complessa, fatta di frammenti emotivi, domande senza risposta e memorie dolorose che nemmeno il tempo riesce a dissolvere. Crescere da bambino adottato è un viaggio interiore spesso segnato da una ferita originaria: l’abbandono. Anche se non sempre consapevole, il trauma lascia impronte nella psiche e nel corpo, influenzando lo sviluppo dell’attaccamento. Non sono soltanto le condizioni mediche a determinare le difficoltà: anche esperienze traumatiche precoci – come la trascuratezza, la deprivazione affettiva o i cambiamenti improvvisi di contesto – lasciano tracce nel funzionamento neuropsicologico del bambino, influenzando la sua regolazione emotiva, l’apprendimento e la capacità di relazionarsi.

Il distacco precoce dai genitori biologici può generare attaccamento insicuro, sensazione di non meritare amore, diffidenza verso sé e gli altri. Ogni frustrazione o separazione può riattivare paure profonde, alimentando ansia, rabbia o chiusura emotiva; nei casi più gravi, si può arrivare a forme di PTSD (Disturbo Post Traumatico da Stress), spesso invisibili ma impattanti.

Il ruolo dei genitori adottivi, in questo contesto, è quello di fungere da contenitori emotivi e costruttori di senso. Essere genitori adottivi significa accogliere non solo un figlio, ma anche il suo passato, essere capaci di tollerare l’ambivalenza, il rifiuto e i momenti di crisi, senza sentirsi messi in discussione come genitori

Un sostegno psicoterapeutico, rivolto al bambino e alla famiglia, può aiutare a spezzare la solitudine, integrare il trauma e costruire una narrazione che renda giustizia alla complessità del percorso adottivo.

La crisi adottiva
La crisi, in sé, non è solo un momento di rottura, ma può essere un passaggio generativo verso nuove forme di equilibrio. Tuttavia, la doppia ferita dell’abbandono e della perdita biologica rende questi passaggi evolutivi più delicati e complessi nella famiglia adottiva.

Nello scenario della crisi del percorso adottivo sono presenti fattori di rischio e fattori protettivi.

Fattori di rischio contestuali

  • Genitori adottivi privi di riferimenti genetici ricorrono a fantasie che alimentano ansie e percezioni distorte nei confronti dei figli (il “seme cattivo”). I figli adottivi possono rimanere imprigionati in questi miti e vivere, ad esempio, comportamenti trasgressivi simili a quelli dei loro coetanei con una carica di ansia che non li aiuta a gestirli nel modo migliore.
  • Senso di responsabilità amplificato nei genitori adottivi e timori di non essere all’altezza rispetto alla famiglia d’origine.
  • Esperienze di impotenza vissute durante l’iter adottivo e/o legate all’infertilità possono riemergere come difficoltà nella gestione educativa.
  • Pressione a essere “genitori perfetti”, dopo numerose valutazioni.
  • I bambini adottati possono percepire i genitori adottivi come “salvatori” e così fanno fatica ad essere critici nei loro confronti, a esprimere gusti e scelte autonome, per la presenza di un debito di gratitudine, che può inibire l’espressione autonoma e critica.
  • Minacce di distacco durante i conflitti, che comportano la riattivazione della paura di essere abbandonato nel figlio.
  • Idealizzazione dei genitori biologici e svalutazione di quelli adottivi, specie in adolescenza.

Fattori di rischio familiari

  • Traumi non elaborati o patologie psichiche taciute nel percorso valutativo, attivate dall'impatto con un bambino a sua volta traumatizzato. Ciò compromette la capacità genitoriale.
  • Squilibri nei ruoli genitoriali, con madri sovraesposte e padri assenti o poco coinvolti.
  • Coppie disfunzionali che speravano erroneamente nell’adozione come soluzione.
  • Transizioni evolutive (es. adolescenza, nascita di un fratello) che mettono in crisi equilibri familiari già fragili.

Fattori di rischio legati al figlio

  • Adozione in età avanzata, esperienze traumatiche multiple, affidi ripetuti.
  • Nascita di un figlio biologico dopo l’adozione, presenza di fratelli con dinamiche complesse

Fattori di rischio legati all’incompatibilità dei modelli di attaccamento

I figli adottivi spesso hanno stili di attaccamento insicuro o disorganizzato. Serve un “incastro” tra i modelli mentali dei genitori e del bambino (goodness of fit theory). Anche la qualità della relazione tra i genitori influisce sulla relazione col figlio.

Fattori protettivi nei genitori

  • Motivazione forte, impegno costante, affidabilità nella relazione d’aiuto.
  • Curiosità verso l’altro, capacità di confronto e apertura al diverso.
  • Lavoro di squadra nella coppia: strategie condivise e co-genitorialità.
  • Mentalizzazione: capacità di comprendere e dare senso ai comportamenti propri e altrui, soprattutto nei momenti di crisi.
  • Relazioni extrafamiliari positive e di supporto.

Fattori protettivi nel figlio

  • Capacità di riflessione sulla propria storia, di creare connessioni e di mentalizzare.
  • Strategie di coping: resilienza, richiesta di aiuto, regolazione emotiva.

Valutare insieme rischi e risorse permette di costruire un percorso di supporto mirato, definendo obiettivi e strumenti concreti per accompagnare la famiglia nel suo sviluppo. La chiave è una lettura sistemica e personalizzata che tenga conto della storia emotiva e relazionale di tutti i suoi membri.

Famiglia adottiva e sfide dell’adolescenza

L’adolescenza rappresenta per la famiglia adottiva un terreno particolarmente complesso: è il momento della ricerca dell’identità e della separazione, ma anche dell'emersione di vissuti passati. La genitorialità adottiva, spesso idealizzata e fondata su perdite, può sentirsi minacciata e fragile di fronte alla trasformazione del figlio.

Innanzitutto, il processo di individuazione/differenziazione dalla famiglia dell’adolescente adottato è generalmente più complesso. L’adolescente si confronta con due appartenenze: quella adottiva e quella biologica. Il processo di individuazione passa dal riconnettersi alle proprie origini per costruire una continuità narrativa tra passato e presente. I genitori adottivi devono sostenere questo viaggio senza sentirsi rifiutati o traditi, accogliendo la necessità di esplorazione identitaria del figlio.

Il tema del rispecchiamento e dell’appartenenza è un altro nodo centrale dell’adolescenza adottiva, soprattutto nelle adozioni internazionali, in cui sono più evidenti le differenze somatiche, etniche e culturali tra genitori e figli e l’identificazione con i genitori può essere difficile. Il giovane può sentirsi diviso tra il desiderio di integrarsi nel nuovo contesto e il bisogno di non rinnegare le proprie origini. La mancata integrazione può compromettere la definizione di sé.

Un altro aspetto importante è il legame madre-figlio come ancora affettiva. Il legame con la madre adottiva, seppur inizialmente complicato dalla mancanza di una gestazione condivisa, si rivela un baluardo protettivo.

Altro aspetto significativo è la presenza di pregresse esperienze traumatiche di abbandono e perdita nell’adolescente adottivo. Egli convive con la memoria (talvolta conscia, talvolta no) della perdita originaria, che si riattiva in ogni cambiamento, e segna il modo in cui verranno affrontate tutte le successive esperienze di perdita nella vita. L’adolescenza stessa, come fase di separazione dalla figura genitoriale, può riattivare vissuti di abbandono e rendere più difficile la costruzione di un sé coerente.

Infine, non si può non considerare l’influenza dello stile di attaccamento. Anche in contesti familiari positivi, lo stile di attaccamento insicuro o disorganizzato può riemergere con forza e i traumi pregressi legati all’affettività o alla sessualità possono complicare le prime relazioni intime, generando inibizioni o comportamenti promiscui.

Il comportamento violento dell’adolescente adottato

L’adolescente può esplodere in comportamenti aggressivi per riportare a galla ciò che era stato “congelato” al momento dell’adozione (esperienze dolorose, traumi, lutti). La rabbia diventa linguaggio per esprimere il bisogno di verità, di ricongiungimento con le proprie radici, o anche per dare voce a conflitti familiari non verbalizzati, al lutto procreativo dei genitori o alla difficoltà di accettare il bisogno del figlio adolescente di tornare alle sue origini.

Il comportamento depressivo dell’adolescente adottato

È tipico dell’adolescenza l’alternarsi di comportamenti e sentimenti spensierati e vissuti di tristezza esistenziale. Uno stato depressivo persistente in adolescenza ha spesso all’origine esperienze dolorose di perdita; pertanto, comportamenti depressivi possono presentarsi con frequenza nell’adolescente adottato, che porta con sé ferite profonde e antiche. L’adolescente adottivo, quindi, può manifestare sentimenti di vuoto e malinconia e, se i genitori riconoscono e contengono queste ferite, possono essere trasformate in opportunità di crescita condivisa.

A volte, il disagio depressivo diventa il modo con cui l’adolescente chiede aiuto e stimola un cambiamento nelle dinamiche familiari.

Il fallimento adottivo

Dietro l’apparente quotidianità, molte famiglie adottive affrontano tensioni silenziose o conflitti aperti, amplificati dal lungo e faticoso percorso che ha portato alla loro formazione. Si tratta, in questo caso, dell'ennesimo insuccesso che si somma a quelli precedenti: per i genitori l'impossibilità di procreare, per i figli l'impossibilità di restare nella propria famiglia di origine.

Per fallimento adottivo si può intendere la separazione non desiderata e definitiva tra genitori adottivi e figli adottati entro la minore età, una volta costituita giuridicamente l'adozione, anche se individuare criteri precisi può essere complesso. Idealizzare o patologizzare l’adozione sarebbe una semplificazione; serve invece una lettura sfumata che riconosca le difficoltà senza giudicarle e valorizzi le potenzialità.

Le statistiche sui fallimenti adottivi sono poche, lacunose e concentrate sull’adozione nazionale: il tasso medio di fallimenti si aggira attorno al 15%. Esistono, però, concordanze sui fattori di rischio che possono determinare crisi profonde.

Fattori di rischio legati ai bambini

  • Età elevata al momento dell’adozione è il principale fattore critico.
  • Problemi comportamentali legati a esperienze traumatiche e istituzionalizzazione.
  • Difficoltà nella costruzione del legame affettivo, con vissuti di abbandono e sfiducia.
  • Origini e genere possono influenzare la qualità dell’adattamento (es. i maschi con comportamenti più esternalizzati come iperattività e aggressività)).
  • Special needs diventano rischiosi solo se non adeguatamente conosciuti prima dell’adozione.
  • L’adozione di fratrie mostra risultati discordanti nelle ricerche.

Fattori di rischio legati ai genitori

  • Livello d’istruzione elevato associato a possibili aspettative non realistiche o minore esperienza con bambini.
  • Famiglie monoparentali, spesso più esposte per le dinamiche di assegnazione.
  • Assenza di reti di sostegno, sia familiari che professionali, in momenti critici.
  • Presenza di altri figli, con eventuali problemi di dinamiche tra fratelli.
  • Motivazioni non riflessive o autocentrate, come il bisogno di compensazione emotiva o sociale.
  • Discrepanze nella coppia sul progetto adottivo, che possono trasformarsi in conflitti cronici.
  • Rigidità educativa o incapacità affettiva, che ostacolano il legame col bambino.

Fattori di rischio dell’intervento professionale

  • Mancanza di formazione adeguata per affrontare la complessità dell’adozione.
  • Valutazioni poco approfondite sull’idoneità della coppia.
  • Scelte di abbinamento poco coerenti, soprattutto nelle adozioni internazionali.
  • Assenza di un supporto post-adozione, ancora una grande carenza sistemica.

Per prevenire il fallimento adottivo ci sono diversi aspetti da considerare. La consapevolezza dei fattori di rischio consente di agire in maniera mirata per sostenere il successo dell’adozione.

  • Ridurre i tempi decisionali sull’adottabilità è essenziale, soprattutto per bambini più grandi, il cui inserimento precoce può diminuire il rischio di difficoltà comportamentali e relazionali.
  • Snellire le tappe dell’iter adottivo contribuisce a costruire legami in fasi evolutive più favorevoli.
  • Prevedere interventi di supporto alla famiglia lungo tutto il percorso, dalla fase pre-adottiva all’inserimento, fino al post-adozione è fondamentale.
  • Garantire la formazione specifica dei professionisti coinvolti nel processo adottivo risulta imprescindibile.
  • L’identificazione precoce dei bisogni di supporto della famiglia garantisce maggior successo (servizi come consulenze psicologiche, gruppi di sostegno, monitoraggi domiciliari e collaborazione con la scuola)
  • Il monitoraggio post-adozione è un’occasione spesso persa per la prevenzione dei fallimenti adottivi: serve a intercettare le difficoltà prima che si cronicizzino, considerando che molte famiglie non chiedono aiuto spontaneamente.

In molti casi è necessario un intervento terapeutico familiare per rielaborare vissuti complessi e rafforzare i legami.

Famiglia adottiva e separazione: aspetti giuridici ed emotivi

La separazione, nelle famiglie adottive, comporta aspetti giuridici simili a quelli di ogni coppia, ma con importanti implicazioni affettive e peculiarità legate alla storia dell’adozione.

Aspetti giuridici essenziali

  • Validità dell’adozione: resta intatta, anche dopo la separazione. Il legame giuridico genitore-figlio non si scioglie.
  • Affidamento: deciso in base al superiore interesse del minore. Può essere condiviso o esclusivo.
  • Mantenimento: il genitore non collocatario ha obbligo di sostegno economico.
  • Ascolto del minore: se ha 12 anni (o anche meno, se maturo) può esprimere il suo punto di vista in tribunale.

Aspetti emotivi

  • La separazione riattiva nei genitori il senso di fallimento doppio: come coppia e come progetto adottivo.
  • Si sommano senso di colpa, timore di ferire il figlio, paura del giudizio sociale.
  • Per il figlio adottato, la rottura può riattivare il trauma dell’abbandono e minare il senso di stabilità e appartenenza.
  • Reazioni possibili: rabbia, regressione, chiusura, o attribuzione di colpa a sé stesso.

È fondamentale, in questo contesto, che i genitori garantiscano continuità affettiva e riescano a mantenere una comunicazione chiara, rassicurante e coerente con il figlio, spiegando che l’amore genitoriale non cambia, anche se la coppia si separa.

È importante anche che i genitori si prendano cura di sé stessi, per poter essere punti fermi stabili. Il supporto psicologico e la consulenza alla genitorialità possono aiutare nella riorganizzazione affettiva e educativa della famiglia.

Bibliografia per l'Area Adozioni nazionali e internazionali, filmografia, letture consigliate e link utili

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