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Italiani all’estero

My Care in the World: Psicoterapia, Procreazione Medicalmente Assistita, e tutela della salute a 360° da remoto.

“La mia patria è là dove si posa la mia anima.”  Kahlil Gibran

Tutte le Terapie e i Servizi disponibili
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TUTTE LE CONSULENZE MEDICHE SPECIALISTICHE DA REMOTO + LETTURA REFERTI + PRESCRIZIONI MEDICHE (VEDI AREE DA 1 A 7)

ORGANIZZAZIONE E COOPERAZIONE CON SPECIALISTI E CLINICHE ESTERE PMA DA REMOTO
Questo servizio nasce per accompagnare le coppie italiane che vivono all’estero e desiderano intraprendere un percorso di Procreazione Medicalmente Assistita, offrendo loro un ponte sicuro tra il paese in cui risiedono e le competenze italiane in ambito psicologico, medico e legale.

Cosa offriamo concretamente:

  • Consulenze psicologiche da remoto, in lingua italiana, per sostenere la coppia prima, durante e dopo il percorso PMA.
  • Coordinamento con cliniche estere, per facilitare la comunicazione, chiarire i protocolli e garantire un approccio rispettoso e personalizzato.
  • Supporto nella scelta della struttura, valutando insieme le opzioni più adatte alle esigenze cliniche, emotive e logistiche della coppia.
  • Collaborazione con specialisti italiani, per integrare il percorso estero con un sostegno familiare e terapeutico vicino alla cultura d’origine.

Ogni coppia ha una storia unica. Per questo, il servizio è flessibile e costruito su misura, con attenzione alle emozioni, ai tempi e alle scelte personali. L’obiettivo è offrire un accompagnamento che faccia sentire “a casa”, anche a distanza.

  • LOGOPEDIA INFANZIA, ADOLESCENZA DA REMOTO (VEDI AREA 5 -LINK)
  • VISITA PSICHIATRICA DA REMOTO (VEDI AREA 1- LINK)
  • VISITA NEUROPSICHIATRICA INFANZIA E ADOLESCENZA DA REMOTO (VEDI AREA 5- LINK)
Radici e Identità

L’identità è un concetto sfaccettato e dinamico, che si costruisce e si trasforma nel tempo attraverso esperienze, appartenenze e relazioni. Essa si articola in diverse dimensioni: personale, sociale ed etnica.

L’identità personale riguarda ciò che ci rende unici, dalle caratteristiche individuali ai tratti psicologici, mentre l’identità sociale deriva dalle interazioni con i gruppi di appartenenza, come famiglia, comunità o categorie professionali.

Henri Tajfel ha enfatizzato il ruolo dell’identità sociale, evidenziando che appartenere a un gruppo non è solo una questione di categorizzazione, ma porta con sé un significato emotivo e valoriale, influenzando il modo in cui vediamo noi stessi e gli altri.

L’identità etnica è una delle dimensioni più significative dell’identità, poiché ci lega a una comunità con cui condividiamo cultura, tradizioni e valori. Essa può essere fonte di appartenenza e di orgoglio, ma può anche generare differenze ed esclusione rispetto agli altri gruppi. Le caratteristiche comuni di un’identità etnica possono riguardare la lingua, le usanze, la religione, la gastronomia, la storia. Tuttavia, le identità etniche non sono statiche: si trasformano nel tempo attraverso migrazioni, influenze culturali e mescolanze tra diverse tradizioni.

Ciò che rende l’identità affascinante è proprio la sua natura fluida. Ognuno di noi è un mosaico di influenze, esperienze e scoperte: il senso di sé evolve con il tempo e con l’apertura verso nuovi ambienti e relazioni. Anche se le nostre origini, come le radici di un albero, ci offrono stabilità e nutrimento, non determinano rigidamente chi siamo e l’identità è in continua evoluzione, plasmata dalle esperienze, dalle scelte e dalle influenze culturali.

Tuttavia, l’identità può anche rappresentare una sfida: a volte, accettare alcune parti di sé o conciliare diverse influenze culturali può generare conflitti interiori.

Il senso di appartenenza

Il senso di appartenenza a un luogo è un concetto affascinante e profondamente umano, che intreccia identità personale, storia e relazioni sociali.
Esso è strettamente legato alla costruzione dell'identità individuale e sociale e, in psicologia, questo concetto è spesso associato al Genius loci, ovvero l'identità di un luogo e il legame emotivo che le persone sviluppano con esso.
Appartenere a un luogo, infatti, non significa solo viverci, ma sentirlo proprio, riconoscere una connessione emotiva con l’ambiente e con le persone che lo abitano.
L'identità personale si forma anche attraverso il rapporto con l'ambiente circostante: il luogo in cui viviamo influisce sulla nostra percezione di noi stessi, sulle nostre abitudini e sul senso di sicurezza personale.

Sapere di appartenere a un luogo e ad una comunità, infatti, offre stabilità e sicurezza emotiva, aiuta a definire chi siamo e a costruire un’identità più forte.

Vi sono alcuni fattori che influenzano il senso di appartenenza:

  1. Storia e cultura: i luoghi carichi di memoria collettiva tendono a suscitare un forte senso di identificazione.
  2. Relazioni sociali: il legame con una comunità locale può trasformare un luogo in “casa”.
  3. Ambiente fisico: paesaggi, architettura e caratteristiche naturali possono evocare un senso di familiarità.
  4. Esperienze personali: i ricordi legati a un luogo, positivi o negativi, influenzano il modo in cui ci si rapporta a esso.
Il distacco dalla famiglia e prendere il volo

Il giovane adulto e il desiderio di partire
La fase del ciclo familiare della famiglia con figli giovani adulti viene anche denominata famiglia trampolino di lancio dei figli (Scabini, 1998).
La separazione e l’uscita di casa del figlio adulto è un processo che dipende dall’autonomia personale, lavorativa ed affettiva dei figli (o dalla loro ricerca) e dall’accettazione dei genitori della crescente indipendenza dei figli.

Negli ultimi anni il desiderio di trasferirsi all’estero è particolarmente forte tra i giovani adulti in Italia, spesso spinto da una combinazione di aspirazioni personali, migliori opportunità professionali, migliore qualità di vita e ricerca di un ambiente culturalmente più aperto. Questo rende il processo di individuazione dei giovani adulti e di separazione dalla famiglia di origine più complesso.

Il rapporto della Fondazione Nord Est evidenzia che, negli ultimi tredici anni, oltre mezzo milione di giovani italiani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese. Il fenomeno non riguarda solo chi è già emigrato, infatti i dati ISTAT mostrano che oltre 1,6 milioni di giovani italiani tra gli 11 e i 35 anni risiedono all’estero, con una parte significativa che acquisisce la cittadinanza del Paese ospitante. Inoltre, più di un terzo degli adolescenti italiani vorrebbe trasferirsi all’estero in futuro, con gli Stati Uniti come destinazione preferita.

Perché scegliamo di partire (o di restare)?
Ci sono molte ragioni per cui una persona può decidere di trasferirsi altrove.
A volte, le motivazioni sembrano puramente oggettive: un’opportunità di lavoro, un percorso di studi, una situazione economica più favorevole.  
Secondo le ricerche, soprattutto i giovani adulti residenti nel Nord Italia sono pronti a trasferirsi (35%): il 25% per motivi legati alle opportunità lavorative, il 19,2% per gli studi e la formazione personale e il 17,1% per la qualità della vita. Il fattore salariale pesa meno del previsto, con solo il 10% che lo considera la ragione principale per espatriare.

Tuttavia, queste spiegazioni razionali spesso nascondono bisogni più profondi, come il desiderio di esplorare nuovi orizzonti, di mettersi alla prova o di trovare un ambiente più adatto alla propria crescita personale.
In alcuni casi, la voglia di partire nasce da un vissuto difficile, da una sensazione di oppressione o dalla necessità di prendere le distanze da un contesto che non ci fa stare bene.

D’altra parte, non sempre il desiderio di partire si traduce in un trasferimento reale. Cambiare vita implica affrontare ostacoli concreti, dalle difficoltà burocratiche e logistiche alla paura di lasciare ciò che è familiare e rassicurante. Spesso, il bisogno di sicurezza e stabilità ci trattiene, rendendo la scelta di partire un processo complesso e carico di emozioni contrastanti.

Decidere di trasferirsi significa anche fare i conti con la separazione: lasciare il proprio paese, la propria città, le persone care e le abitudini quotidiane è un’esperienza che può essere vissuta come una perdita o un vero e proprio lutto.

Un aspetto fondamentale è la negoziazione della partenza con le persone di riferimento. Spesso, chi decide di trasferirsi si trova di fronte a opinioni contrastanti: alcuni sostengono la scelta, altri la ostacolano e queste dinamiche possono influenzare profondamente il processo decisionale, creando dubbi e incertezze. Chi emigra ha bisogno di sostegno esterno per realizzare il proprio progetto.
È normale sentirsi divisi tra il desiderio di partire e la paura di ciò che si lascia, oscillando tra entusiasmo e timore.

È importante, quindi, interrogarsi sulla propria motivazione. Il desiderio di trasferirsi altrove è un punto di partenza emotivo fondamentale per chi decide di espatriare: può essere una scelta maturata nel tempo o una decisione improvvisa, dettata da eventi contingenti. In ogni caso, le motivazioni che spingono a partire influenzano profondamente l’esperienza migratoria, non solo dal punto di vista geografico, ma anche mentale ed emotivo.

Alla fine, partire è un’esperienza che porta con sé sfide e opportunità. È un viaggio che non riguarda solo il luogo fisico, ma anche la crescita personale, la capacità di adattarsi e di trovare nuove forme di appartenenza. Comprendere le proprie motivazioni e prepararsi emotivamente al cambiamento può fare la differenza nel modo in cui si vive questa trasformazione.

Voglia di partire o fuga?
Decidere di trasferirsi in un altro luogo è una scelta che va ben oltre le semplici motivazioni pratiche. Spesso, dietro il desiderio di partire, si nascondono bisogni profondi, legati alla crescita personale o, in alcuni casi, alla necessità di allontanarsi da situazioni difficili.

Decidere di trasferirsi all’estero può somigliare a un richiamo di libertà, ma talvolta il vero motore è la spinta a fuggire da ciò che ci opprime. Da un lato c’è il fascino di nuovi orizzonti: l’idea di crescere, di misurarsi con culture diverse e arricchire il proprio bagaglio di esperienze; dall’altro, però, si nasconde la necessità di prendere le distanze da contesti percepiti come limitanti o soffocanti.

Quando la scelta di partire si fa urgente, spesso c’è alle spalle un vissuto complesso: relazioni che feriscono, un ambiente familiare troppo rigido o un contesto lavorativo che estingue troppe energie. In questi casi, l’espatrio non è soltanto un progetto di vita, ma diventa un’azione difensiva, un modo per proteggersi da ciò che provoca disagio e per ritrovare un senso di controllo. Grinberg & Grinberg (1990) parlano proprio di “fuga”: non tanto un viaggio verso un’idea romantica di libertà, quanto un tentativo di sottrarsi a un’ombra interiore che rende il “restare” insopportabile.

Riconoscere l’origine della propria spinta a partire non è facile, in quanto necessita il guardarsi dentro, chiedersi cosa davvero ci stia trattenendo qui dove siamo o spingendo altrove e quale voce interiore gridi per essere ascoltata.

La curiosità nasce quando si immagina il futuro, si hanno idee positive e si prova entusiasmo per le novità (lingua, persone, cultura). La fuga scaturisce da un senso di oppressione o disagio del qui ed ora, per cui la mente inizia a proiettare la “salvezza” all’estero.

È importante, quindi, soffermarsi sulle emozioni e sensazioni legate al pensiero di restare e al pensiero di partire, su quali aspetti del proprio contesto attuale pesano davvero e quali possono essere cambiati.

Se la curiosità costruisce e porta ad un progetto, una visione e degli step ben definiti, la fuga cerca sollievo immediato e rischia di riprodurre altrove le stesse insoddisfazioni.

 

Emozioni, vissuti e fragilità se si vive lontano

Ogni percorso migratorio è unico, plasmato da esperienze individuali, motivazioni e circostanze personali. Per alcuni trasferirsi all’estero è una scelta serena e motivata dalla voglia di scoperta, per altri rappresenta una necessità imposta dalle condizioni economiche o professionali. Qualunque sia la motivazione alla base della migrazione, questa esperienza comporta una serie di effetti psicologici che accomunano molte persone che lasciano il proprio Paese d'origine.

La psicologia dell’espatrio ci insegna che ogni decisione di cambiamento porta con sé trasformazioni interne significative, che influenzano il nostro modo di percepire noi stessi e il mondo che ci circonda. Spesso, le questioni pratiche e burocratiche sembrano avere la priorità, ma è fondamentale riconoscere che partire significa anche affrontare un cambiamento interiore.

Lasciare il proprio Paese, infatti, è molto più di un semplice trasferimento geografico: è un processo che coinvolge profondamente l’identità e il senso di appartenenza. Ogni migrazione porta con sé sentimenti di perdita, nostalgia e ambivalenza: da un lato, c’è il desiderio di nuove opportunità e crescita personale, dall’altro, la difficoltà di separarsi dalle proprie radici, con il rischio di non sentirsi completamente "a casa" né nel Paese d’origine né in quello di destinazione.

Il percorso di ricostruzione del senso di appartenenza è spesso lungo e impegnativo. Il senso di estraneità, la difficoltà di comprendere pienamente una nuova cultura, una nuova lingua e l’adattamento alle nuove dinamiche sociali possono generare insicurezza e smarrimento. Inoltre, le aspettative spesso non corrispondono pienamente alla realtà e costruire una nuova vita non è sempre rapido e immediato, soprattutto per quanto riguarda le relazioni sociali.

Lo shock culturale
Si manifesta nel confronto con una società diversa dalla propria. Più il Paese ospitante è distante culturalmente, più difficile può essere integrare nuovi modi di vivere e pensare, ci si può sentire disorientati, stressati e inizialmente si può opporre resistenza alle nuove abitudini. Con il tempo, attraverso la comprensione e l’adattamento, questo processo diventa più naturale.

La crisi identitaria
Il processo di adattamento a una nuova cultura è complesso e coinvolge un confronto costante tra i valori di origine e quelli del Paese ospitante. Secondo Berry (1997), questo conflitto può portare a una crisi identitaria, in cui l’individuo fatica a riconoscersi pienamente in un’identità coerente. La perdita di riferimenti culturali familiari—gesti, tradizioni, norme sociali—può generare sentimenti di disorientamento e difficoltà nell’integrazione.

Le barriere linguistiche e l’isolamento sociale
La lingua è uno degli ostacoli più difficili da affrontare in un Paese straniero. Dewaele e Wei (2013) hanno evidenziato che la difficoltà di comunicazione può aumentare il rischio di ansia sociale e ridurre l’autostima, con conseguenze sul lavoro e sulle relazioni personali. La mancanza di una rete di supporto consolidata amplifica il problema:

Fragilità e solitudine
L’esperienza migratoria, anche quando è frutto di una scelta personale e motivata da aspirazioni di crescita, può comportare fragilità e solitudine. Bhugra (2004) ha stimato che il 30% degli expat sperimenta solitudine cronica, a causa della difficoltà di creare legami profondi in un contesto multiculturale.

Autocritica e isolamento emotivo
I nuovi emigrati si trovano immersi in un ambiente che impone loro numerose richieste e responsabilità. Il peso delle incombenze pratiche e delle aspettative può generare auto-critica e isolamento emotivo: ci si chiude in sé stessi, si evitano le emozioni dolorose e spesso non si trova spazio per essere ascoltati.

La nostalgia di casa
Il desiderio di appartenenza può trasformarsi in una nostalgia intensa, un fenomeno noto come homesickness. Thurber e Walton (2012) hanno collegato questa condizione a sintomi depressivi, specialmente per chi non riesce a tornare frequentemente nel Paese d’origine. Comprendere i codici sociali impliciti—come gestualità e humor—richiede tempo, e il divario culturale può essere forte.

Stress lavorativo, burnout e problemi di integrazione
Gli ambienti professionali internazionali possono essere estremamente competitivi. Secondo l’OMS (2019), gli expat hanno un rischio maggiore di burnout, soprattutto nei settori ad alta pressione, come finanza e tecnologia. Costruire relazioni solide nel nuovo Paese richiede un impegno attivo e può essere ostacolato da pregiudizi o differenze culturali. Inoltre, l’accesso ai servizi sanitari può rappresentare una sfida, a causa di barriere linguistiche e burocratiche che scoraggiano molti italiani dal cercare supporto psicologico all’estero.

La sindrome del sopravvissuto
Chi emigra per necessità economica o politica può sviluppare un senso di colpa verso chi non ha avuto la stessa opportunità. Questa condizione, descritta da Lifton (1980) come sindrome del sopravvissuto, può portare a sentimenti di ingiustizia e autoaccusa, soprattutto se il migrante proviene da contesti di crisi.

Il Reverse Culture Shock
Rientrare in patria dopo anni all’estero può essere destabilizzante. La sindrome del ritorno, studiata da Sussman (2000), descrive il disagio legato al riadattamento alla cultura d’origine, che può apparire improvvisamente estranea. Questo fenomeno, noto come reverse culture shock, può portare a frustrazione e senso di inadeguatezza, soprattutto se il ritorno non è pianificato con consapevolezza.

Il trasferimento all'estero è un'esperienza che porta con sé una complessa dimensione psicologica, spesso caratterizzata da quello che viene chiamato lutto migratorio. Chi parte lascia la propria casa, non solo intesa come spazio fisico, ma come luogo di legami e ricordi che hanno dato senso alla propria vita. Questa separazione può generare sentimenti di perdita e di estraneità, anche una volta stabiliti in un nuovo Paese.

Omero racconta bene questa condizione attraverso la figura di Ulisse, costretto a vagare lontano da Itaca, sognando il ritorno agli affetti e alla sua terra. Anche chi migra oggi può vivere questo stesso struggimento, oscillando tra il desiderio di integrazione e la nostalgia per ciò che è stato lasciato indietro.
Il lutto migratorio è particolare perché è ricorrente: il Paese d'origine e le persone care non sono persi per sempre, ma ogni ritorno temporaneo o distacco rinnova il dolore della separazione. Inoltre, coinvolge anche chi resta, come familiari e amici, che vivono un lutto speculare per la persona che ha deciso di partire.
Ci sono diversi elementi che contribuiscono a questo processo: la perdita della propria famiglia e delle relazioni affettive, la difficoltà di esprimersi in una nuova lingua, il cambiamento culturale, la lontananza dai luoghi e dagli ambienti familiari e la necessità di ricostruire un nuovo gruppo sociale. Tutto questo porta a una trasformazione identitaria, perché migrare significa anche modificare sé stessi, imparare a integrare nuove abitudini e creare una nuova dimensione di appartenenza.

Nei casi più estremi, questo lutto può diventare quella che viene chiamata la Sindrome di Ulisse, così chiamata perché ricorda il lungo viaggio dell’eroe dell’Odissea. Il termine è stato introdotto dallo psichiatra Joseba Achotegui, dell’Università di Barcellona, che ha studiato da vicino il fenomeno della migrazione, in particolare in Spagna, uno dei Paesi europei con il più alto numero di migranti. Secondo le sue stime, la sindrome di Ulisse colpisce almeno 800.000 persone, e il suo riconoscimento è complesso perché può essere facilmente confuso con altri disturbi psicologici.

Essa descrive una condizione di stress intenso vissuta dai migranti che, in alcuni casi, può evolvere in problemi più gravi come disturbi dell’umore, sintomi come tristezza, insonnia, irritabilità, dipendenze e un'idealizzazione del proprio Paese d'origine, visto come un luogo perfetto rispetto alla realtà del nuovo Paese, percepito invece come ostile. Questa visione distorta può rendere molto difficile l'adattamento, e il primo passo per superarla è riconoscerla

Le cause della Sindrome di Ulisse
Non tutti i migranti ne soffrono, poiché variabili come la personalità, l’autonomia e la capacità di adattamento giocano un ruolo cruciale. Inoltre, le motivazioni del trasferimento influenzano molto l’esperienza: chi fugge da guerre e crisi economiche affronta un impatto psicologico molto diverso rispetto a chi emigra per scelta di studio o lavoro.
Un altro fattore determinante è l’ambiente sociale ed economico del Paese di destinazione. Un sistema poco inclusivo, che non offre supporto o opportunità di integrazione, può aggravare il disagio e la percezione di estraneità del migrante; se la realtà si dimostra molto più difficile rispetto alle aspettative, la sensazione di fallimento può diventare pesante da gestire.

I sintomi della sindrome di Ulisse
Quando l’adattamento diventa insostenibile, il migrante può trovarsi in una situazione di forte stress e vulnerabilità. I sintomi più comuni includono:

  • Senso di estraniamento, con difficoltà a sentirsi parte del nuovo ambiente e paura del contatto sociale.
  • Tristezza costante, accompagnata da nostalgia del Paese d’origine e sentimenti di perdita.
  • Problemi di salute fisica, come emicranie, nausea, tensione muscolare e disturbi del sonno.
  • Stress e ansia, con una sensazione di pericolo imminente e difficoltà nelle relazioni interpersonali.
  • Isolamento e perdita di autostima, che portano la persona a chiudersi e a vedere il mondo esterno come ostile.
  • In alcuni casi estremi, questa condizione può sfociare in comportamenti a rischio, come dipendenze o coinvolgimento in attività illegali, soprattutto quando il migrante si sente intrappolato in una situazione senza via d’uscita.

Affrontare la sindrome di Ulisse
Il primo passo è riconoscere il disagio e non sottovalutarlo. È importante comprendere che non si tratta di una malattia mentale, ma di una condizione di stress che può essere gestita con il giusto supporto.

Alcuni suggerimenti possono essere utili per affrontare al meglio il processo di adattamento ad un nuovo Paese:

  • Mantenere alcune abitudini quotidiane, per conservare un senso di familiarità.
  • Portare con sé oggetti simbolici che ricordano casa.
  • Partecipare ad eventi sociali per expat, come aperitivi o incontri culturali.
  • Esprimere le proprie emozioni e confrontarsi con persone che hanno vissuto la stessa esperienza.
  • Informarsi sulle dinamiche lavorative locali, per inserirsi più facilmente.
  • Concentrarsi sulle conquiste, senza scoraggiarsi per ciò che ancora manca.

Quando parliamo di un lutto migratorio dobbiamo considerare che esso richiede tempo, resilienza e supporto. È importante mantenere i legami con le proprie radici, sviluppare nuove relazioni nel Paese ospitante e, se necessario, cercare aiuto professionale per elaborare le emozioni legate alla migrazione.

Alla fine di questo percorso, si può verificare una trasformazione identitaria positiva, capace di abbracciare sia il passato che il presente.

La delusione se fallisce il progetto di vita
Il fallimento di un progetto di vita all’estero può essere vissuto come un vero e proprio terremoto interiore ed emotivo. Quando si parte, si investe moltissimo: risorse economiche, energie emotive e psichiche, aspettative e, se il risultato non è quello sperato, la delusione può colpire con forza generando un mix di emozioni complesse: tristezza, senso di fallimento, vergogna, rabbia e soprattutto un profondo senso di disorientamento.

Spesso, chi torna in Italia dopo un’esperienza migratoria non riuscita può sentirsi “dimezzato”, come se l’identità costruita all’estero faticasse a trovare spazio nella vita di prima; non ci si sente né del tutto straniero, né del tutto “di casa” e si ha bisogno di tempo per ricostruire un equilibrio, accettare nuove priorità e, in certi casi, reinventarsi.

Si può anche provare un senso di colpa verso sé stessi o verso la famiglia per non aver raggiunto gli obiettivi attesi e il confronto con i successi (veri o presunti) degli altri può accentuare il proprio senso di inadeguatezza.

Quando il proprio progetto di vita fallisce si può parlare di "lutto del sogno non realizzato": in questi casi è necessario attraversare un percorso simile a quello del lutto, con tutte le sue fasi e riconoscere e legittimare queste emozioni è fondamentale per elaborarle e trovare nuovi significati.

In questo senso, il supporto psicologico può essere decisivo: non solo per rielaborare la delusione, ma anche per riconoscere il valore dell’esperienza vissuta, anche se non ha portato ai risultati sperati. Perché ogni viaggio lascia tracce e, talvolta, proprio dal fallimento può nascere qualcosa di nuovo e autentico.

Procreazione Medicalmente Assistita per Italiani all'estero

Italiani che vivono all’estero che fanno PMA in Italia: tra radici e desiderio di appartenenza

Nonostante molti italiani si trasferiscano all’estero per lavoro, studio o nuove opportunità di vita, alcuni decidono di tornare in patria per affrontare il percorso di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).
Questa scelta, apparentemente controcorrente rispetto al trend migratorio verso Paesi con normative più permissive, è spesso guidata da motivazioni profonde e vissuti emotivi complessi.

Motivazioni principali

  • Fiducia nel sistema sanitario italiano: nonostante le restrizioni normative, molti italiani all’estero riconoscono la competenza dei medici italiani e la qualità dei centri PMA, spesso percepiti come più attenti e umani rispetto a quelli stranieri.
  • Radici culturali e linguistiche: affrontare un percorso così delicato nella propria lingua e cultura può offrire un senso di sicurezza e familiarità.
  • Aspetti economici: in alcuni casi, il costo della PMA in Italia (soprattutto se coperto dal Servizio Sanitario Nazionale) può risultare più accessibile rispetto a quello di altri Paesi.
  • Desiderio di riconoscimento legale: alcune coppie, soprattutto omosessuali, scelgono l’Italia per cercare di ottenere un riconoscimento giuridico del proprio progetto genitoriale, anche se questo comporta sfide legali complesse.
  • Senso di appartenenza: a livello emotivo, per molti tornare in Italia significa riaffermare un legame con le proprie origini, con la famiglia e con il territorio e avere la possibilità di un maggiore supporto emotivo.

PuntoF è un Centro Clinico per l’assistenza medica, psicologica, sessuologica e polispecialistica alle coppie, agli individui ed alle famiglie.

Fulcro importante dell’intero progetto è quello della cura dell’Infertilità e della Procreazione Medicalmente Assistita.

La nostra sede fisica a Roma consta di 7 stanze per tutte le nostre attività ed inoltre è dotata di una sala riunioni attrezzata con maxischermo da 100 pollici, in cui l’equipe multidisciplinare effettuerà video-riunioni e video-incontri con le coppie di pazienti italiani e/o dall’Estero da remoto.

Queste consulenze hanno l’obiettivo di informare, orientare e supportare le coppie e permetteranno l’accompagnamento medico, nutrizionale e psicologico alle coppie di Italiani all’estero, che verranno poi a Roma per effettuare i trattamenti di PMA col tramite della nostra sede. È molto importante per PuntoF la partnership con Cliniche estere di fertilità (Spagna, Grecia, Austria e USA): gli Italiani che preferiscono trattamenti di PMA in queste nazioni sono quotidianamente seguiti da noi dal punto di vista medico e psicologico, effettuando poi il trattamento specifico di fertilizzazione degli embrioni all’estero, per scelta personale. In tal caso la piattaforma ci permetterà di gestire e creare riunioni d’equipe internazionali tra la nostra equipe e quella estera, per cooperare in sinergia.

Infine, la nostra clinica virtuale prevede il progetto “My Fertility Italian Holiday”, ovvero la creazione di pacchetti della fertilità per tutti coloro che vivono all’estero (Italiani o Stranieri) e che desiderano unire vacanze in Italia con trattamenti della fertilità. Il progetto prevede l’uso della piattaforma per le prime consulenze, con interpreti e specialisti multilingue. Una volta organizzato tutto ed effettuati gli accertamenti clinici nel paese estero di residenza (ad es. in USA), la coppia farà un soggiorno organizzato in Italia nei giorni idonei per i trattamenti di PMA, con l’affiliazione ad agenzie viaggio e a guide turistiche di nostra fiducia, ed effettueremo tutte le cure mediche ed emotive presso la nostra sede a Roma, con gli specialisti che fanno parte della nostra equipe.

Molte coppie scelgono l’Italia come meta per i trattamenti di PMA sia per l’alta qualità sia per i costi nettamente inferiori rispetto a tanti paesi esteri.

Psicoterapia per Italiani all'estero

La figura dello psicologo per italiani all’estero sta diventando sempre più centrale, vista l’espansione del fenomeno migratorio e soprattutto grazie alla possibilità di accedere a servizi di supporto psicologico online.

Come abbiamo visto, le sfide di un trasferimento all’estero sono numerose e richiedono resilienza, supporto sociale e strategie di adattamento. Spesso è difficile e faticoso affrontare tutto da soli e la figura dello psicologo per expat diventa fondamentale per aiutare a gestire questi cambiamenti. La resilienza e la capacità di adattamento non sono tratti fissi, ma competenze che si possono sviluppare e rafforzare con il giusto sostegno psicologico.

Un approccio integrato può trattare sintomi come ansia e insonnia, ma anche approfondire le dinamiche più profonde, costruire un dialogo interiore più armonioso ed integrare mente e corpo nella gestione dello stress.

Rivolgersi a uno psicologo non significa arrendersi di fronte alle difficoltà, ma fare un investimento consapevole nel proprio benessere.

Cosa offre Punto F?
- Ti connetti con psicoterapeuti, psichiatri e specialisti direttamente in video-consulenza da qualsiasi parte del mondo ed in base ai fusi orari
- C’è una diversa comprensione e condivisione perché i professionisti parlano la tua lingua, condividono la tua cultura, i tuoi modi di dire e di esprimerti.
- Per le nostre 9 aree garantiamo i seguenti servizi:

Area1:

  • psicoterapia individuale, di coppia o di gruppo
  • terapia psico-sessuologica individuale o di coppia
  • consulenza psichiatrica
  • diagnosi, test e valutazioni psicologiche, psichiatriche e sessuologiche
  • Consulenza e terapia psico-oncologica e onco-sessuologica

Area 2:

  • Consulenza ginecologica e onco-ginecologica
  • Consulenza senologica
  • Consulenza nutrizionale per la donna e l’uomo
  • Consulenza andrologica

Area 3:

  • Consulenza fertilità di coppia
  • Consulenza e informazione sulla preservazione della fertilità femminile e maschile
  • Orientamento, informazione e consulenza sulla PMA
  • Tecniche di PMA in Italia con Specialisti di successo nel Pacchetto “My Fertility Holiday”
  • Consulenza nutrizionale per la fertilità e l’onco-fertilità
  • Psicoterapia per la coppia infertile e terapia psico-sessuologica
  • Supporto alla gravidanza dopo PMA
  • Sostegno al lutto perinatale dopo PMA
  • Consulenza poliabortività

Area 4:

  • Consulenza pre-concezionale
  • Accompagnamento nella gravidanza fisiologica
  • Consulenza alimentazione in gravidanza
  • Informazione e consulenza diagnosi prenatale
  • Supporto psicologico in gravidanza individuale e di coppia
  • Sostegno psicologico nell’aborto spontaneo, nell’IVG e nell’ITG
  • Sostegno psicologico nel lutto perinatale
  • Sostegno psicologico nelle diagnosi prenatali e postnatali
  • Consulenza psico-sessuologica in gravidanza
  • Sostegno alla coppia genitoriale nella nascita pre-termine
  • Accompagnamento e sostegno psicologico nel post partum
  • Informazione e consulenza medica nel post partum
  • Consulenze specialistiche nel Post partum

Area 5:

  • Consulenze, valutazioni e diagnosi neuropsichiatriche di tutti i disturbi e le condizioni dell’infanzia
  • Supporto psicologico ai comportamenti e alle emozioni del bambino
  • Psicoterapia familiare
  • Parent training e interventi psico-educativi per genitori
  • Gruppi di sostegno alla Genitorialità: condivisione dei vissuti e bisogni nella relazione genitori-bambino
  • Sostegno nella crescita e nello sviluppo del bambino
  • Supporto psicologico ai comportamenti e alle emozioni dell’Adolescente
  • Psicodiagnosi e valutazioni cliniche dei Disturbi dell’Adolescenza
  • Gruppi di Psico-Educazione Sessuale per genitori di figli preadolescenti e adolescenti: orientamento e condivisione
  • Gruppi di sostegno alla Genitorialità: condivisione dei vissuti e bisogni nella relazione genitori- adolescente
  • Gruppi di Psico-educazione sessuale e Condivisione emotiva
  • Ascolto telefonico S.o.S. Teenager
  • Gruppi di supporto e condivisione di vissuti emotivi e bisogni tra adolescenti

AREA 6:

  • Informazione, orientamento e supporto per tutti gli step legali ed emotivi dell’adozione nazionale ed internazionale
  • Percorsi di Adozione Nazionale e Internazionale in Italia e da Italiani all’estero
  • Percorsi di Accompagnamento e psicoterapia individuale, genitoriale e familiare in tutto il percorso adottivo: dall’inizio dell’iter al post adozione
  • Gruppi di condivisione emotiva per genitori adottivi
  • Gruppi di condivisione emotiva per i bambini e ragazzi adottati

AREA 7:

  • Psicoterapia nella crisi della coppia
  • -Psicoterapia Familiare
  • -Consulenze legali
  • Accompagnamento nella separazione
  • Supporto alla famiglia e ai figli durante e dopo la separazione

PuntoF TI FA SENTIRE A CASA ANCHE SE LA TUA CASA È IN QUALSIASI POSTO NEL MONDO!!

Bibliografia, filmografia e letture consigliate

BIBLIOGRAFIA, FILMOGRAFIA E LETTURE CONSIGLIATE PER L’AREA  “ITALIANI ALL’ESTERO: THE WORLD”

  • Malagoli Togliatti M., Lubrano Lavadera A., Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia, Il Mulino, 2002
  • Scabini E., Cigoli V., Il famigliare. Legami, simboli e trasformazioni, Raffaello Cortina Editore, 2000.
  • Altman, N., The analyst in the inner city: Race, class, and culture through a psychoanalytic lens. Taylor & Francis, 2012
  • Grinberg, L., Grinberg, R., Psychoanalytic perspectives on migration and exile, Yale University Press, 1989
  • Bodnar, S., Remember where you come from: Dissociative process in multicultural individuals. Psychoanalytic Dialogues, 2004, 14(5), 581–603
  • Bhugra, D. (2004). Migration and Mental Health. Acta Psychiatrica Scandinavica.
  • Renner A., Schmidt V., Kersting A., Migratory grief: a systematic review. Front Psychiatry, 2024.
  • Berry, J. W. (1997). Immigration, acculturation, and adaptation. Applied Psychology: An International Review, 46(1), 5–34.
  • Sussman, N. M. (2000). The dynamic nature of cultural identity throughout cultural transitions: Why home is not so sweet. Personality and Social Psychology Review, 4(4), 355–373.
  • Bhugra D. Migration and mental health. Acta Psychiatr Scand. 2004 Apr;109(4):243-58.
  • Dinesh Bhugra, Migration, distress and cultural identity, British Medical Bulletin, Volume 69, Issue 1, June 2004, Pages 129–141
  • Thurber, C. A., & Walton, E. A. (2012). Homesickness and adjustment in university students. Journal of American College Health, 60(5), 415–419.
  • Murray H, Pethania Y, Medin E. Survivor Guilt: A Cognitive Approach. Cogn Behav Therap. 2021 Sep 16;14:e28.
Per leggere l’intero articolo scientifico inerente quest’area e per una lettura più approfondita, 

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